La storia contemporanea della F1 narra di due fenomeni -Lewis Hamilton e Charles Leclerc- alle prese con un’apparente montagna insormontabile di fatiche, macigni dolenti che penetrano il cuore, campioni finora inscalfibili ora agitati dalla rabbia, campioni sommersi da un mare tempestoso. Due cavalli di razza, un sette volte campione del mondo e un giovane talento scomodo per chiunque, che seppur diversi nelle forme, si dimostrano simili nella sostanza, entrambi nati per vincere, programmati per abbattere muri, sanare crepe, ritrovare il sorriso, allenati per combattere qualsiasi sfida si presenti sul loro cammino. Due fenomeni imbrigliati in gabbie metalliche, alle prese con anime macchiate e stropicciate, leoni feriti ma capaci di resuscitare, di rinascere, chi per stupire il mondo una volta di più, chi per manifestare la propria forza.

“Nascere non basta. È per rinascere che siamo nati. Ogni giorno.”
(Pablo Neruda)
Esistono storie di sport che meritano di essere raccontate, perché vere, non volti caricaturali di una realtà mistificata, autentiche perché narrano il piacere della fatica, il valore della medesima per giungere alla resurrezione, non filtrate, non bugiarde, ma confezionate per quello che sono. E arrivano alla gente proprio perché genuine. Ci sono storie che sono indelebili per chi le ascolta, figuriamoci per chi le ha vissute, ci sono atleti capaci di parlare al mondo grazie alla lingua dello sport, comprensibile a chiunque, ad ogni popolo, ad ogni nazione, ad ogni sguardo. La F1, siccome tutti gli altri sport- parla alla realtà, dialoga attraverso quella lingua che più di tutti è l’esperanto del pianeta, facile, diretta, senza ostacoli comunicativi.
Ci sono due storie -più che mai attuali- di due campioni della F1 contemporanea capaci di infiammare le tribune in giro per il mondo, raccogliere proseliti, seminare germogli per crederci ancora, una volta in più. É -o sembra- una storia di montagne insormontabili, di ragnatele aggrovigliate, di macigni dolenti che penetrano il cuore. È la storia di due leoni ingabbiati in un oceano di guai, in cerca di una scialuppa in un mare in tempesta oppure di una torcia, di un faro in una notte fonda, apparentemente senza fine. È la storia di Charles Leclerc e Lewis Hamilton, campioni antitetici nell’apparire, ma in fondo simili nell’essere, animati dal fuoco della vittoria, che per mille ragioni stenta a ritornare, due fenomeni che non devono arrendersi alle traiettorie che la vita li sta riservando, leoni capaci di sorpassare i guardiani dello zoo per rinascere e tornare a competere dove osano i più forti, per tornare ad incendiare le corde del sentimento popolare.

“Cadere non è un fallimento. Il fallimento è rimanere là dove si è caduti.”
(Socrate)
C’è la storia di Charles Leclerc, ragazzino dal talento da vendere, abbandonato in un tunnel senza via d’uscita, manico da fuoriclasse che si ritrova a combattere per obiettivi che non sono certo quelli vagheggiati ad inizio anno, prima di competere contro gli avversari. Charles è quel ragazzo vispo e sveglio, lucido e temerario che ha saputo maturare in questi anni lenti ed inesorabili per lui, che ha imparato dalla foga del passato e dagli errori commessi per poter essere ciò che è oggi, un pilota pronto per lottare per vincere il Mondiale. Sebbene l’indiscutibile maturazione degli ultimi tempi, questa attualità per lui non deve essere facile da sopportare, inguaiato fino ai capelli, sommerso da mangrovie fangose. Eppure lui non molla la presa, si sta spremendo per estrarre il meglio da sé stesso, cerca tutti i santi giorni di migliorarsi, di evolvere la propria guida insieme alla naturale evoluzione del suo mondo, levigando gli spigoli che lo affliggono, smussando le spine che lo pungono, ma che di certo non lo spezzano.
Ci si può permettere qualsiasi commento, ma di certo non si può mettere in discussione Leclerc, che è un fenomeno a tuttotondo, che è il primo a metterci la faccia, che ha tutto per vincere e sfondare in questo mondo iper competitivo. Dobbiamo salvare il soldato Leclerc, la vera bandiera della Ferrari, il cavallo puro, quello di razza, capace di mettere paura a qualunque avversario lo trovi alle proprie spalle, ma con un mezzo meccanico che non risponde alle scosse, agli impulsi nervosi che predica il monegasco. Lui, da sempre, fin dai primi giri, calcolato come uno dei più forti del Circus, necessita di risvegliarsi da un sonno profondo, da un letargo di successi che alla sua età mette spavento. Proprio perché in F1 viaggia tutto molto veloce e non c’è tempo da perdere in nervosi tecnici oppure in glorie inarrivabili. Si respira odore di spreco, di fastidio, di sfaldamento, di frustrazione, di scoramento, di ruggine.
Leclerc deve saper mantenere la calma e la testa a posto in un momento in cui non è per nulla facile farlo, allontanando i demoni che potrebbero tentarlo o le fantasie che potrebbero fargli perdere la trebisonda e gettare tutto a mare. Il Leclerc di oggi è quello che dovrebbe prendersi in mano le responsabilità di un progetto nato male -ma sempre capace di aggiustarsi-, deve ritrovare le proprie certezze che sembrano svanite, scioltesi come il burro al sole, ma più di tutto strappare un sorriso, che non significa risolvere le falle, ma contrastare la forza del nemico, che se intimorito arretra giocoforza. È proprio nei guai, nelle difficoltà, che emerge il campione che traghetta la squadra verso panorami mozzafiato.
La propria esperienza nelle corse dovrebbe aiutarlo a superare l’ostacolo subdolo della frenesia, quello che gioca brutti scherzi, deve mettere un recinto a quella voglia sconfinata di dimostrare tutto e subito a tutti, a costo di tirarsi addosso critiche come magneti. Lui che ha saputo evolversi, deve trasformare la rabbia incassata a dosi industriali in questo tempo e convertirla in velocità, in paura per gli avversari, lasciandosi alle spalle ciò che è stato, i dissapori, le illusioni, le promesse, le fortune, i malumori, le botte forti, gli scherzi del destino. Charles ora sta misurandosi con l’amaro della sconfitta, con l’odore mefitico della scocciatura, anche dell’incazzatura, sebbene non sia scontato subire tutto ciò, soprattutto per uno che se potesse sarebbe al livello di Verstappen a lottarsi le gare tutte le domeniche. Ma è anche così che si diventa grandi, è anche così che si cresce, che si fanno le ossa forti. Sarebbe troppo facile, ma al contempo anche ignominioso se Charles adesso rifiutasse di prendere per mano il suo sogno, di cullarlo, di coccolarlo, di guarirlo dagli acciacchi.
Benché Charles continui a predicare ostentata pacatezza nelle dichiarazioni e cieca fiducia nella sua squadra, è comunque vitale comprendere quanto voglia continuare a sopportare una situazione che sta iniziando a diventare sempre più pesante da digerire. Fa male vedere Charles frustato e depresso per l’enorme talento che ha, ma soprattutto perché ci tiene alla stragrande a mettere il proprio nome nella lista dei migliori talenti del mondo. Non deve essere facile metabolizzare questa fase nemmeno per i tifosi -non solo della Ferrari ma anche della F1- perché il monegasco è un valore aggiunto allo spettacolo, è un pilota che ha sempre dato anima e cuore, tutto sé stesso, perché è uno di quei piloti che entra nel cuore della gente per atteggiamento e devozione, al pari di Senna o Villeneuve, proprio per quel profumo che emana, per quelle traiettorie magiche che disegna, per quelle corde che infiamma ad ogni curva. Mago nel giro secco e fenomeno in gara, Leclerc è quello che mette sempre un cerotto alle ferite, ma adesso non basta più. Lui ha già aiutato, mettendoci del suo, mascherando le difficoltà. Ora è tempo che la Ferrari lo aiuti a definire la strada da intraprendere.
Insomma Leclerc è il nuovo fenomeno della Formula 1, un talento fuori dal normale che si produce in esibizioni da urlo, ma frenato dal cavallo che non gli consente di esprimere tutta la sua grandezza epica, che sarebbe destinata alla letteratura sportiva. Quella magia che potrebbe tornare a riaccendere il cuore della passione. Per tornare a cavalcare praterie sconfinate.

“Le fiabe non insegnano ai bambini che esistono i draghi, quello lo sanno già; le fiabe insegnano ai bambini che i draghi possono essere sconfitti.”
(Gilbert Keith Chesterton)
C’è la storia di Lewis Hamilton, fuoriclasse dal passato glorioso, ma dal presente infausto. Stella che ha saputo illuminare il sentiero della F1, vestendola a nozze, Hamilton è l’altro fenomeno della F1 moderna, che in questi ultimi tempi si ritrova a galleggiare in acque piuttosto frenetiche, agitate, con il rischio serio di sprofondare in un vortice che potrebbe risucchiarlo, siccome una corrente atlantica. Anche l’asso di Stevenage, dopo anni di dominio incontrastato nel Mondiale, ora non è più quello di un tempo. Perlomeno non riesce più ad essere il predatore per antonomasia che faceva paura a tutti ogni volta che scendeva in pista. È a digiuno da più di un anno, sebbene quando la macchina lo ha ascoltato abbia sfoderato ancora quelle capacità che tutto il mondo gli invidia.
Nonostante Leclerc e Hamilton siano due facce di due medaglie differenti, entrambi si ritrovano a lottare per risalire la corrente, chiamati sulla via della redenzione, ma Hamilton di più, per ritornare a ruggire dove più gli compete, dove ha sempre sognato, dove ha vissuto anni inenarrabili, collezionando gioie da far invidia a tutto il mondo. Da qualche tempo è costretto ad accontentarsi delle briciole lasciate dal branco che si è già saziato. Ora più che mai deve tornare a far valere la legge del più forte, a ruggire nel suo territorio, a farsi rispettare. Per tradizione, bellezza e spettacolo.
Benché le tempeste di sabbia abbiano più volte tentato di deturpare il suo regno, di spolverare la magia che lo irrorava, depositando in ogni angolo ostacoli e inciampi, Lewis non si arrende alle traiettorie che il destino gli ha concesso, e decide che non è ancora arrivato il momento di gettare la spugna. Non è ancora il momento di lasciare campo libero agli eredi per spartirsi il bottino. Non è ancora il tempo di smettere. Lui si sente ancora giovane, al pieno delle proprie doti fisiche e mentali, e pronto a riprendersi il progetto per mano per riportarlo sulla cresta dell’onda. Immaginiamoci quanto sarebbe gratificante per lui tornare a vincere dopo essere transitato per il fuoco dell’inferno. Dopo essere passato sui chiodi della graticola, e aver annusato da vicino l’odore nefasto del precipizio. Sarebbe la rinascita delle rinascite, una delle storie di redenzione più salvifiche della nostra memoria, un po’ lo stesso discorso che abbiamo fatto per Leclerc. Una di quelle storie che metterebbero i brividi, perché metafora della vita, che sarebbero da lucidare nei momenti bui. É ancora quel ragazzino pronto a sfidare il destino, fenomeno come pochi al mondo, pronto a stupire il mondo un’altra volta, sfidando il vento che gli soffia in faccia, mirando ancora a diventare il più forte della storia, anche nei numeri, nelle statistiche. A rispolverare il proprio curriculum dalla polvere posatasi nell’ultimo periodo di siccità assoluta nel suo regno, sacrificato, ma pronto a risorgere come un fiore in primavera dalle folate di gelo invernale.
Per Lewis c’è sempre tempo per nuove sfide, nuovi obiettivi, nuovi inseguimenti, nuovi traguardi. Non si fermerà finché lui non avrà deciso che è giunta l’ora di smettere. Per tornare a vivere quei giorni indimenticabili, quei momenti di incommensurabile valore che nella vita di un artista vanno necessariamente inchiodati. Per Lewis sarebbe l’ulteriore rivincita di chi non si è mai arreso di fronte agli schiaffi incassati in giovane età, alle porte sbattute in faccia dalla vita, ai pregiudizi che l’hanno profondamente segnato nell’animo e nei sentimenti, di colui che ha sempre creduto nelle sue qualità, che non ha mai abbandonato i suoi sogni e sempre diffidato dalle illusioni, che ha abbattuto le frontiere dell’inimmaginabile e della critica, talvolta fregandosene, continuando imperterrito per la sua strada e raggiungendo il suo obiettivo, sognare l’impossibile.
Per tornare a ricalcare la perfezione, tanto voluta quanto cercata, di una di quelle divinità dell’Antica Grecia. Una sorta di Zeus, capitano di una forza della natura invidiabile, la velocità, ma soprattutto supremo dell’Olimpo, dove regnano le aquile, sopra tutto e tutti. Per tornare con quel casco giallo a infondere paura negli avversari che lo vedono negli specchietti, una sorta di ritorno alle origini, quando stava formandosi il fenomeno che avrebbe incendiato i cuori della passione automobilistica, gli animi di una nazione, abbracciata attorno alle sue infinite prodezze. Per tornare ad essere il joker di un tempo, quello con la maschera dal sorrisetto spietato e diabolico, quello che in fondo nasconde una profonda rivalità, nutre odore di forti rivincite, quel killer clown che vuole riprendersi ciò di cui si sente derubato nei numeri e nei sentimenti.
Insomma due campioni, diversi nell’apparire ma uguali nell’essere, nati per combattere in pista e programmati per vincere ogni sfida che si presenti sul loro cammino. Due cavalli di razza, un sette volte campione del mondo e un giovane talento scomodo per chiunque, che seppur diversi nelle forme, si dimostrano simili nella sostanza, entrambi nati per vincere, programmati per abbattere muri, sanare crepe, ritrovare il sorriso, allenati per qualsiasi sfida si presenti sul loro cammino. Due fenomeni imbrigliati in gabbie metalliche, leoni feriti ma capaci di resuscitare, di rinascere, chi per stupire il mondo una volta di più, chi per manifestare la propria forza.
