Il trionfo del rispetto

Il pazzo ed interminabile Gran Premio d’Australia ha fatto rivivere a tutti gli appassionati di Formula 1 l’essenza di questo sport. L’imprevedibilità delle corse, le polemiche per le decisioni dei giudici, il mito sacro di piloti che si spremono come limoni per dominare il proprio territorio, la spettacolarità di certe manovre. Ma è soprattutto la cartolina del podio condiviso tra Verstappen, Hamilton e Alonso, autori di una gara strepitosa, che va ad incorniciare una gara indimenticabile. Insomma, la trimurti di Melbourne è il segno vivo che i Re, quelli veri, quelli con talento da vendere, saranno tali per l’eternità, ognuno con le proprie peculiarità. Tre pianeti differenti su tutto, ma legati indissolubilmente dalla passione sempre viva della velocità.

Ogni sport che si rispetti ha il proprio idolo, la propria mascotte; c’è chi lo concepisce come il proprio prolungamento umano, c’è chi lo contempla come una divinità suprema, e chi, come noi, da sfegatati appassionati di motori, lo esalta ogni domenica. Come per un bambino quando ammira le strepitose giocate di Cristiano Ronaldo, i sorpassi passati nei libri di scuola di Valentino Rossi, i rovesci romantici di Federer, l’eleganza della Schiffrin nelle sue discese, i canestri favolosi di LeBron James, alzandosi in piedi sul divano. Prodezze incantatrici per gli occhi di qualsivoglia tipo di pubblico, dal colto all’inclito, dall’aulico al volgare, dal piccolo al grande, includendo chiunque voglia nutrirsi di meraviglia e stupore.

Così come le stelle del cinema di Hollywood che appaiono sul grande schermo oppure come gli attori del Festival di Cannes sul red carpet, anche i campioni che sfrecciano alla tv hanno la loro storia da raccontare, la loro passione da condividere, la loro giurisprudenza da diffondere, il loro stile da preservare e migliorare e il loro obiettivo da raggiungere.

Ecco, nell’età contemporanea della Formula 1, dove la nuova generazione scalcia come un puledro imbizzarrito e la freschezza mentale, quella dei riflessi, è determinante come non mai, esistono ancora tre -anzi, due più uno- cavalli di razza granitici come il marmo e inossidabili come l’acciaio, che si rispecchiano come tre pianeti diversi, antitetici su tutto, scuciti da qualsiasi cordone emotivo, ma legati indissolubilmente dalla stessa passione, sempre viva, ossia quella della velocità. 

C’è il pianeta Max Verstappen, titolare di una gara formidabile e matura. Macchina da guerra formidabile, capace di detronizzare l’eterno rivale Lewis Hamilton dal proprio scranno e di imporre la propria supremazia, vive il periodo di massimo splendore della sua carriera. Magari vi starà simpatico come il singhiozzo, ma la sua forza è invidiabile e ineccepibile, al momento incontrastabile. Con le chiavi in mano per accedere all’Empireo della visione dantesca, nel regno magico dove comanda indisturbato, solitario. Addirittura si può permettere di non esprimersi oltre il limite sopportabile della macchina, guidando con una disinvoltura spaventosa per gli avversari. 

Mai uno sbuffo, mai una crepa irrisolta, mai una virgola di fatica, mai una goccia di sudore che scende dagli occhi e pennella un volto profondamente acerrimo e combattivo levigato dalla sfida. C’è persino il tempo per una misera polemica per una spallata con Hamilton. Vecchie ruggini, vetuste acredini, profonde inimicizie che non smettono mai di gorgogliare, di ribollire in pentola, come un ritornello, che ciclicamente si riprende il proprio spazio. Dopo aver lottato per anni con un talento spropositato ma ondivago nelle prestazioni, alle volte scavalcando il confine del legittimo, ora può dirsi completo dappertutto. Pronto a rincorrere i più grandi nel Pantheon dei più grandi di sempre. Redattore di nuove leggi della fisica quantistica al volante, riesce ad elevare l’asticella sempre più in alto, sempre più inafferrabile per chiunque provi a raggiungerla, figuriamoci scavalcarla. Con lui alla guida suona sempre la stessa musica, lo stesso balletto, la stessa sinfonia.

C’è il pianeta Lewis Hamilton. Secondo al traguardo solo al rivale più fresco che abbia mai incontrato nella sua carriera, con cui due anni fa si è giocato il Mondiale fino in fondo, perdendolo solo all’ultimo giro dell’ultimo atto, seppure tra mille polemiche. Davanti a Fernando Alonso, insomma nel panino tra due grandi campioni, stretto nella morsa di quattro titoli mondiali. Con entrambi protagonista di rivalità ancestrali, con entrambi si è scontrato fino all’ultimo, mai concedendo spazi indesiderati, trionfi gratuiti. Maestro di guida e ispiratore per molti, è l’artefice di un modo nuovo di stare al mondo, di uno stile personale discutibile e particolare, ma che viaggia parallelo alla sua incommensurabile fama. Dopo essere stato per diversi anni alla guida del Sistema Solare Automobilistico, una spanna sopra tutti, perfetto come una statua del Buonarroti, inscalfibile per chiunque provasse a spodestarlo dal trono, da qualche tempo è costretto ad accontentarsi delle briciole che gli riservano gli avversari. Da predatore spietato per antonomasia a preda facile, ma nonostante tutto, sebbene le pesanti raffiche di vento abbiano soffiato incalzanti sul suo regno, non concede tregua alla passione, decide che non è finita come predicano in tanti. Non è ancora giunto il tempo di gettare la spugna. Lui è ancora quel ragazzino talentuoso come pochi, capace di mirabolanti performance, pronto a stupire chiunque un’altra volta di più. Risorgendo dalle ceneri in cui si è sciolto in questi ultimi tempi, risalendo la corrente impetuosa, sfidando il mare in tempesta e i detrattori che lo considerano bollito. Per Lewis c’è sempre spazio e tempo per nuove sfide, quelle sfide che lo esaltano e continuano ad animarlo nella sua eterna ed infaticabile carriera.

C’è il pianeta Fernando Alonso. Se si parla di campioni senza tempo non possiamo non contemplare la grandezza eterna del leone di Oviedo, rivitalizzato dalla sua Aston Martin, con la quale si è già potuto strappare svariate soddisfazioni in poco tempo. Lui, che in passato è sempre stato nel mirino di coloro che lo criticavano per scelte non sempre azzeccate, ora può sentirsi ripagato, alla faccia proprio di quella fetta di pubblico. Lui, che declina la carta d’identità a misero frammento di carta, è capace ancora di prestazioni al limite della perfezione, dentro di lui “raglia” ancora prepotentemente il fuoco della competizione. Siccome per Hamilton, anche per lo spagnolo vale la stessa legge dettata per “The Hammer”, vero fenomeno della Formula 1. La sempre viva passione lo spinge a continuare, a non mollare nemmeno un millimetro, e di quello che c’è da conquistare se ne impadronisce senza pensarci troppe volte. Al centro di una rivalità vecchia come il mondo e in dilatazione come l’universo proprio con Hamilton, è carino e umano l’abbraccio e la stretta di mano al termine della gara, a motori spenti ed anime meno magmatiche, meno turbolente. Durante la gara si sono spinti a vicenda, si sono incrociati, si sono annusati, sebbene da lontano, ma mai superati. Per quello c’è sempre tempo. Tra i due non scorre buon sangue, si sa, e non sarà l’ultima puntata della serie, ma è sempre promossa l’idea di rispettarsi, almeno davanti alle telecamere, a maggior ragione in uno sport dove è difficile, se non impossibile, dichiararsi amici per la pelle. Magari sotto sotto si detestano, però, hanno reso l’immagine nitida del forte rispetto che vige tra i due, nonostante le innumerevoli battaglie di cui sono sempre stati artefici, le spallate e gli sgambetti che hanno colorato i libri di storia, fin da quando l’allora esordiente Hamilton lo battè alla sua prima esperienza da compagno di squadra.

Nemici giurati, in lotta perenne per stare l’uno davanti all’altro, sempre sospesi tra la vittoria e la sconfitta. Perché i veri campioni lo certificano ogni santa volta che scendono in pista, suggellando prestazioni iconiche. Le frecciatine e le sportellate tra i due sono state innumerevoli, si erano scontrati anche lo scorso anno in Belgio, si sono ripresi quest’anno in Bahrain. Quindi, quando di mezzo ci sono questi due ragazzi, mettiamoci pure comodi che qualcosa di epico sorge sempre, l’incontro nel ring sarà sempre caldo e imperdibile. 

Insomma, le ruggini tra questi tre pianeti in collisione continua non si sono mai placate. Forse continueranno in futuro, lo speriamo, forse non si laveranno mai (sebbene le lotte siano il pane dei motori), ma in fondo, seppur in un angolo remoto della loro grandezza alberga grande rispetto e profonda professionalità, a nascondere quella sottile ma irrefrenabile forza che permette ad ognuno di loro di vivere nel pianeta dei Re.

Ecco, mentre il circo più famoso del mondo si gode lo scontro tra generazioni, nel panorama di Melbourne abbiamo ben undici titoli mondiali. E per chi volesse spedire una cartolina della sua passione per la F1, quella australiana sembra la più azzeccata. Tre autentici campioni, diversi come concetto di vita, simili come aggressività nel loro Dna.

Mille battaglie, mille sconfitte ma anche tante vittorie. Una spanna sopra tutti. Mostruosamente forti e diabolicamente spietati. Loro sono la faccia più autentica e roboante della F1. 11 titoli mondiali in una fotografia sono l’emblema di campioni veri, a partire da Verstappen, il più giovane dei tre, fino a Hamilton, passando per Alonso, i vecchi leoni che sanno ancora graffiare, che oggi incendiano questo mondo. Loro che hanno fatto la storia, ora hanno preso in mano la penna per riscriverla (e guai a levargliela), riuscendoci molto bene, facendoci emozionare ogni volta di più, ognuno con le proprie peculiarità. Ed è giusto che alla fine, nella gara rocambolesca gara a cui abbiamo assistito, tra incidenti, bandiere rosse e polemiche, siano loro a far tacere le chiacchiere, ma soprattutto, più di tutto, a prendersi la scena.

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