Il Re dei Re-The Last King: simply the best!

Il Re, al capitolo finale della sua immensa carriera. Il suo addio alle corse è fatto che ha disorientato il mondo, è come se fosse crollata la chiesa al centro del villaggio, è come se fosse calato il sipario sullo spettacolo più affascinante di sempre, è come se si fosse spento il sole. Per molti è stata la fine di un’era, lo spegnimento del gioco, la bandiera a scacchi sul motociclismo intero, un trauma difficile da elaborare, una decisione difficile da concepire, uno shock globale.

Lo sport sopravvive a tutto, anche agli addii più eclatanti, sa sempre come rigenerarsi, è come una giostra che sa offrire sempre nuove emozioni, nuove vite, nuove avventure, nuove storie. Accadrà anche questa volta, dopo l’abbandono del più grande di tutti i tempi. Il numero uno, “The Best”, rammentando Tina Turner, o “Simply the best”, fischiettando i più contemporanei Black Eyed Peas, il migliore in assoluto. Ci sarà un nuovo Re, una nuova guida, anche aver girato pagina, inoltrandoci in un nuovo percorso, sebbene sia difficile da credere senza di lui. Perché c’è la perdita del gesto puro, impossibile da riprodurre, inimitabile, partorito sempre con naturalezza e gentilezza, eleganza e morbidezza, senza apparenti smorfie di dolore. E se è vero che decine di volte abbiamo gridato “Rossi c’è”, oggi diciamo che è stato meraviglioso poterlo dire e che “Rossi c’è e ci sarà per sempre”. Semplicemente, meravigliosamente, Valentino Rossi.

IL PIU’ GRANDE

“Io ho visto molte grandi cose, ho assistito ai peggiori disastri del mondo, ho lavorato per il peggiore dei mali e ho visto le più grandi meraviglie. Ma comunque, come ho già detto, nessuno vive per sempre. Quando sono arrivata per Rossi ho provato un piacere egoistico al pensiero che avesse vinto così tanto con tale saggezza; fino ad allora le sue storie avevano toccato tante anime, alcune delle quali mi è capitato di conoscere, ho ricordato le tante vite che si erano intrecciate alla sua. Volevo dire al Dottore che lui era una delle poche anime per le quali mi domandavo cosa significasse vivere. Ma alla fine non c’erano parole, solo pace. L’unica verità che so veramente è che io sono stregata dagli esseri umani”.

(Dalla voce della Fine, storpiatura della Morte nel film “Storia di una ladra di libri”)

E poi l’uscita di scena, in cui Valentino ha dimostrato un’altra volta di eccellere. Alla notizia del ritiro dal mondo delle corse, la sua più grande paura, serpeggia, tra parole di commiato, una certa nota di dolore, di commozione, la serena citazione dei risultati come carburante per alimentare la passione. Si fiuta un momento stonato, anche se con il sorriso stampato sul volto, esuberante rilassatezza e disincantata leggerezza, Valentino cerca di sdrammatizzare, di rendere meno violenta la scelta, come da protocollo “rossiano”. È la mancanza di competitività a convincerlo che il suo tempo è finito ed che è il momento di spegnere la luce su una sorprendente carriera lunga ben 26 anni, in cui ha collezionato 9 titoli mondiali, 115 vittorie di cui 89 in top class -primato che solo lui può vantare-, 235 podi, 96 giri veloci e 65 pole position. È l’unico pilota ad aver partecipato a più di 400 GP e ad aver vinto il Mondiale in tutte le classi; 125, 250, 500 e MotoGP.

È una scelta dolorosa, che fa piangere il cuore, che spezza le ali dei romantici del motociclismo, ma inevitabile. Di questo mondo, di cui ne ha tracciato le orme, gli mancherà la competizione, la gara, i momenti che la precedono, la quotidianità di atleta, la vittoria e la sconfitta, gli amici, gli avversari, il paddock, l’adrenalina. Tutto. Ma se è vero che lui ha cambiato per sempre il volto del motociclismo, lo è altrettanto il fatto che lo sport non ha cambiato lui. Per tutte le stagioni del regno è rimasto sempre il solito ragazzo spensierato di Tavullia che vive di moto, si nutre di successi; è il solito tipo della costa adriatica vestito in bermuda e infradito, divertente, comico, con l’attitudine al sorriso, quella stessa attitudine che ha saputo conservare in ogni circostanza e in ogni traiettoria che ha intrapreso nell’esistenza in pista.

Ora è tempo di voltare pagina, il futuro è un capitolo nuovo dell’esistenza ancora tutto da scrivere. Ci saranno nuove storie e nuove sfide, sempre emozionanti da vivere, come le auto da corsa, i team nel Motomondiale, la paternità, la Academy, che potranno riempire il vuoto incolmabile lasciato sanguinante dall’addio alla MotoGP.

ULTIMO RUGGITO

“Hanno provato a farmi piangere, però secondo me questa doveva essere una festa” (Valentino Rossi) 

La gara di Valencia, il suo ultimo ballo, la prova più difficile di tutte. La gara più emozionante e probatoria tra tutte quelle che ha dovuto correre. Perché si trascinava con sé tutte le difficoltà tipiche di un addio. I ricordi, le lacrime dell’epilogo, le vittorie, le sconfitte, i mondiali. Perché è il momento in cui si riavvolge il nastro dell’esistenza e si inchiodano i momenti iconici, indimenticabili, unici, i flash più scintillanti. Per Valentino non sarà stato facile svegliarsi la mattina dell’ultima domenica di un Gran premio, infilarsi la tuta e il casco per l’ultima volta. Salutare i tifosi e gli amici per l’ultima volta. Gareggiare a trecento all’ora per l’ultima volta. Competere con gli avversari per l’ultima volta. Divertirsi seriamente per l’ultima volta. Non sarà stato facile pensare che quella sarebbe stata l’ultima apparizione in MotoGP della carriera. Eppure ha studiato una strategia infallibile per sconfiggere quei demoni che avrebbero potuto spiazzarlo. Non è scivolato in un pianto preconfezionato, ha saputo domare il sentimento, tenendo al guinzaglio il misto di adrenalina e tristezza che dominavano l’aria. Anzi, è stato autore di una gara da brividi, forse la più bella dell’intera stagione. Ha voluto chiudere in bellezza, ha voluto essere sé stesso fino in fondo, dando così a tutti la dimostrazione della sua grandezza. Un esempio di professionalità e impegno fino alla fine. 

Alla fine della gara, al box, mentre i suoi uomini, così come la sua ragazza, sono preda di un magone che li fagocita, lui vuole al contrario che si consumi la festa. Che si bagnino tutti di prosecco. Che si brindi alla felicità e alla sua vita in pista. Che si butti tra la braccia dei suoi amici e meccanici a fare “stage diving” come Jim Morrison. Che si sollevi il coro “Sai perché mi batte il Corazon?”. Forse per mistificare la realtà melliflua, per saturarla di gioia, per dolcificare la fine del regno. Ma la spettacolare carriera di Rossi è finita proprio come lui desiderava che fosse. Una festa, dall’inizio alla fine. E vederlo così, con il sorriso disegnato sul suo volto, rende più felici tutti. Un lieto fine in perfetto stile Rossi.

EREDITA’

“L’eredità non è altro che un ambiente conservato” (Luther Burbank)

Valentino Rossi, l’uomo in grado di leggere il futuro, di interpretarlo, di schiuderne le bellezze, l’uomo che ha saputo guardare aldilà del conosciuto, scrutando nuovi orizzonti, crescendo nuovi piloti, che, grazie al progetto del Ranch, nei prossimi anni potranno giocarsi il Mondiale. Già, il Ranch, un ovale in terra battuta adagiato a Tavullia, intorno ad una vecchia fattoria sullo sfondo di uliveti e vigneti, un’accademia destinata a Rossi & friends per allenarsi e allevare futuri campioni del mondo. Se i ragazzini beneficiano dell’impareggiabile esperienza del Dottore, dall’altra parte Valentino ha l’occasione di circondarsi di giovani, di allenarsi con ragazzi freschi e portatori di aria nuova, giovane, frizzante, mantenendosi eternamente giovane nello spirito e nel corpo. Dice Schwantz che è proprio il Ranch che ha tenuto alta la motivazione di Rossi negli ultimi anni della carriera. Il Ranch è stata e rimane tuttora una brillante e lungimirante intuizione, così come l’investimento dei tre team nel Motomondiale, grazie ai quali ha già avuto l’occasione di esultare. 

La città di Tavullia, diventata nel corso degli anni una sorta di Mecca per i fans del Dottore: la sua immagine, il suo simbolo, il suo numero sono ovunque. I cartonati sui balconi, i manichini nei negozi con il suo volto, bandiere sgargianti con il 46 sventolano dappertutto, i poster colorano le vie del paese, gli striscioni, le fotografie, le case dipinte di giallo, il limite di velocità a 46 km/h, la pizzeria “Da Rossi”, il bar “Rossi”, la gelateria “Rossi”, dove ci sono cimeli della sua carriera, quali caschi, trofei, tute, stivali, moto da corsa, il “Valentino Rossi Fan Club”. Tutto è permeato dalla figura straripante di Valentino, accolto come un re in patria, un idolo, un eroe, una divinità. Tavullia è diventata un improvvisato parco a tema Rossi, una Disneyland, che attira tifosi da tutto il mondo ogni anno. Per molti un luogo di pellegrinaggio, per altri la meta ideale per una luna di miele. D’altro canto sono i luoghi dove Valentino è cresciuto, dove vive e dove si è allenato. Nessun pilota nella storia dello sport ha mai ricevuto così tanto affetto dalla gente. Un affetto che rimarrà intatto nel tempo, per sempre.

GRAZIE

“L’eleganza è la sola bellezza che non sfiorisce mai” (Audrey Hepburn)

“Gli eroi sono sempre immortali agli occhi di chi crede in loro. E così i ragazzi crederanno che il Re non se n’è andato, è soltanto in trasferta” (Indro Montanelli)

Come ci insegna Walt Disney nel film “Il Re Leone”, siamo tutti collegati nel grande cerchio della vita. C’è gente che va e gente che viene. Re che abbandonano il proprio trono e altri che invece vi si insidiano. Cerchi che si aprono e cerchi che si chiudono. Proprio come la legge del Mondo dove ad ogni inizio segue giocoforza una fine, anche la Legge delle Corse prevede che la carriera di uno sportivo segua questo percorso fisiologico. Come un film giunge ai titoli di coda, anche il lungometraggio di Valentino Rossi giunge alla sua ultima bandiera a scacchi. 

Fenomeno fuori categoria, sacerdote di un linguaggio innovativo e autore di una carriera straordinaria, Valentino ha saputo convertire il mondo delle corse ad una dimensione che non contemplava, portando un nuovo modo tutto originale e personale di vivere le gare, aprendo la strada alle pazze esultanze.

Sintesi ineguagliabile del perfetto prototipo di campione, il Dottore è stato un personaggio dentro e fuori la pista, uno che ha dato l’anima e la vita per questo sport, cambiandone il corso della storia. 

Valentino ha saputo vincere e convincere, senza oltrepassare il limite oltre il quale è facile perdere la testa, ha saputo salvare il piacere delle moto, alimentando e trasmettendo la passione delle corse, quella stessa passione che gli ha permesso di continuare a battagliare con i ragazzini di vent’anni fino all’ultimo giro della sua carriera.

Valentino Rossi, il Peter Pan delle moto, il Dorian Gray della MotoGP parafrasando Oscar Wilde, il personaggio che ha voluto rimanere eternamente ragazzino, che non ne ha voluto sapere di invecchiare, di barattare la giovinezza delle carni con una faccia più matura e consapevole delle proprie capacità, taroccando il suo orologio biologico, ma soprattutto mantenendo integro un corpo, che seppur allenato, invecchia. E in fondo, questa è stata la ricetta magica per resistere così a lungo, il segreto nascosto, il segreto di rimanere sempre innocente nell’anima e nello spirito, ma maturo e diretto nelle espressioni, senza maschere ipocrite o caricature fallaci che avrebbero potuto inquinare, ammorbare parte del suo fascino letale. 

Ha saputo evolversi e cogliere i cambiamenti, anche quelli più difficili da assimilare, ha accettato di piegarsi alla contemporaneità che lo circondava, trasformandosi in funzione delle mode. Ha saputo stare sempre sul limite sfidando la velocità e il rischio, sfondando i limiti del conosciuto, dell’impossibile e dell’irrazionale, si è saputo caricare di sfide pericolose, ha saputo dar valore le cose buone che il buon Dio e un buon Dna gli hanno dato. Ha saputo orchestrare un nuovo modo di stare al mondo inventandosi un’innovativa forma di comunicazione motociclistica e umana, e costruirsi una corazza per difendersi dagli attacchi della comunicazione moderna. Quella comunicazione che esulta alla vittoria e distrugge alla sconfitta. Il Valentino maturo degli ultimi anni ha dato valore anche a ciò che vittoria non era, sebbene avesse comunque in testa, saldo e granitico l’obiettivo della vittoria.

Nelle stagioni del suo regno Valentino ha saputo illuminare per ragione e coraggio, istinto e manico, talento e forza, creatività e fantasia, passione e voglia, intelligenza e perseveranza. Ha irradiato con il sorriso e l’allegria, due sentimenti perfettamente allineati al suo carattere, al suo modo di stare al mondo, al suo personaggio. Senza mai cadere nel crepaccio sdrucciolevole della superficialità oppure scivolare nel burrone “mefistofelico” della fama, rischiando di perdere in impegno e professionalità. Perché è proprio in queste sfumature che si misura la grandezza di Rossi. La capacità di coniugare -e mai di divorziare- la leggerezza con la serietà, oltre ai giganteschi numeri di cui è orgogliosamente titolare. Forse se non fosse stato questo, se non avesse miscelato con intelligenza ed equilibrio queste due cose, sarebbe stata una storia più breve, diversa, come molte altre, destinata all’oblio, alla revisione dei giudizi, facilmente corruttibile. Invece lui la storia ha voluto scuoterla, agitarla, in modo che non che si scrivesse da sé, ma disegnandola di proprio pugno. Ha saputo e voluto emergere dalla massa, distinguendosi, rifiutando categoricamente gli omologati, come se fossero un protocollo desueto e anacronistico, briglie da cui liberarsi alla svelta, catene esistenziali fastidievoli e ormai superate. Volendo essere sé stesso, sempre. Sincero e schietto. Puro e genuino. Anche a costo di sembrare stucchevole e stravagante. Ma ha funzionato da romantico valore aggiunto. 

Per tutti questi anni è stato distante da qualsiasi superficialità e disimpegno. Anzi, dobbiamo riconoscergli il merito di aver saputo vivere con leggerezza un mestiere tostissimo, il mestiere più bello del mondo, che è tutto tranne che leggerezza, fino all’ultima bandiera a scacchi, nonostante il livello di moto e piloti si sia incredibilmente elevato negli ultimi tempi. Ha stupito tutti proprio perché diffondeva intorno a sé un’aura da étoile, di normalità, di morbidezza, di allegria, di spensieratezza, di cavaliere audace, in un mondo dove la paura, il pericolo e la pressione in realtà esistono, mentre partoriva colpi da maestro, come fosse titolare di superpoteri. 

Un grazie sincero e spassionato che va aldilà delle semplici ore passate sugli spalti o davanti al divano ad ammirare stupefatti le sue imprese sportive. Ha saputo attirare l’attenzione e gli eccessi di una tifoseria sconfinata che le moto non avevano mai conosciuto. Ha avvicinato tante persone che senza di lui non avrebbero conosciuto la MotoGP, accendendo in loro l’entusiasmo e il divertimento per le corse, sgrassando quella crosta di stressante quotidianità che spesso ci distrae dalla straripante bellezza della vita. È riuscito ad entrare nelle case di molti con il sorriso, la spensieratezza, la giocosità, la semplicità, è riuscito a far piangere, esultare, emozionare, intrattenere una platea enorme di fans, offrendo loro alla domenica un’ora di distrazione. Con il gusto di sorprendere, sempre. Un campione senza macigni nel cuore, parafrasando Calvino, senza ombre scivolose, senza pregiudizi, senza problemi.

Ha vissuto rivalità schiette e le ha spinte al limite, per far valere la legge del più forte, ha saputo mesmerizzare gli avversari in quel sublime e perenne trasformismo, capace di farli entrare in crisi d’identità, deformandoli a proprio piacimento. Valentino, il Re, sintesi di tradizione e modernità, sfolgorante nella sua bellezza, ha avuto il piacere e la fortuna di confrontarsi con più generazioni di fenomeni, si è sfidato con avversari tosti, determinati e agguerriti, come Max Biaggi, Sete Gibernau, Casey Stoner, Jorge Lorenzo e Marc Marquez, solo per citarne alcuni. 

Come tutti i campioni che segnano la storia dello sport, ha attraversato momenti difficili, ha trovato ostacoli da superare e imprevisti da risolvere, e da fenomeno ha saputo studiare una strategia per debellarli, per liberarsene alla svelta. Su tutti la pazzia di firmare per la Yamaha in luogo della vincente Honda, la frattura di tibia e perone al Mugello, la morte del Sic, la crisi in Ducati e l’amaro abbandono della moto blu per inforcare la Petronas. Ecco, da tutto ciò Rossi ha saputo rialzarsi, reagire, sputare la pastiglia amara e ingoiare tanti ricordi migliori. Senza mai perdersi d’animo. Mai mollando niente e sempre a testa alta. 

Rossi ha incarnato la perfezione, ha spremuto l’essenza del gioco e lo ha distillato per distribuirla a tutti. È stato un campione a tuttotondo, aldilà del palmares, firmatario di un’accelerazione mai vista nella storia del motociclismo, il perfetto fenotipo di campione che ama completarsi nella bellezza, così come nel gioco della vita.

Non è stato banale rimanere per ventisei stagioni alla guida del regno. È stato faticoso, ma ci è riuscito grazie alla passione infinita che lo ha sempre animato. Perché ha saputo onorare sé stesso e il proprio mestiere fino in fondo, mai piegandosi come soffiava il vento, accettando sfide su sfide perché i campioni non sono mai completamente soddisfatti di sé stessi, perché ha colto orizzonti più profondi rispetto a quelli che riusciamo a cogliere noi normali esseri umani, guardandoli da un’altra collina. Perché vogliono maledettamente caricarsi di nuove ed emozionanti avventure per loro stessi, per cercare il limite. 

Per cavalcare l’onda della vittoria ha cambiato registro stilistico, ha spostato i limiti per essere sempre aggiornato alla contemporaneità, ha trasmesso il valore della passione ai ragazzi che ora tentano di calcarne le orme, sebbene nessuno potrà raccoglierne il testimone oppure esserne l’erede.

Vale è un campione senza età, uno sportivo che valica il limite del sentimento e del palpabile, che va oltre il tempo, quel tempo che ce lo toglie dalla scena delle corse. Ma rimarrà per sempre il Re, non morirà mai, e la sua presenza continuerà a regnare sui cieli del motociclismo. È stato il simbolo e l’icona del popolo giallo, la bandiera di una nazione di cui l’Italia deve andare profondamente orgogliosa di avere avuto e di aver vissuto il suo tempo.

Valentino per trofei e personalità è allo stesso livello di quei piloti che hanno contribuito a rendere grande il motociclismo, uno del calibro di Agostini, di Doohan, di Rainey, di Nieto, di Schwantz, ancora in vita trasferiti nell’Olimpo delle divinità delle moto, come monolite nel Pantheon. Uno di quelli che nascono ogni tot e che difficilmente nascerà di nuovo. Ma in cima alla lista per le moto con cui ha corso, l’epoca in cui è vissuto, i rivali con cui si è scontrato, il numero di campionati vinti e per la sua longevità nel mondo delle corse a livello mondiale. Il numero uno, “The Best”, rammentando Tina Turner, o “Simply the best”, canticchiando i più contemporanei Black Eyed Peas, il più grande di tutti i tempi. Al livello di Jordan, Woods, Ali o Senna. Atleti rivoluzionari ognuno per il proprio sport.

Il suo motociclismo non è misurabile solamente in numeri, conquiste, statistiche o titoli, semmai è nell’affetto planetario che va specchiato. Semplicemente perché ha fatto storia a sé. E allora godiamoci della bellezza della vita di Valentino, dello spettacolo strepitoso che è riuscito a regalare agli italiani e al mondo intero. La bellezza di attimi di una vita che l’hanno resa unica, tra agitate turbolenze e scintillanti gioie che rimarranno per sempre indelebili nella mente di ognuno di noi. Facciamo che di Valentino ne tramandiamo l’essenza, la lezione, gli insegnamenti, le morali, non solo le vittorie, per promuoverne la figura, l’immagine, la leggenda. Teniamocelo stretto quello sguardo, proteggiamone la bellezza, la luce, tuteliamone il messaggio perché sono lì a ricordarci che è un patrimonio dell’umanità, che la sua storia è stata un fenomenale romanzo popolare, una leggenda che potrebbe essere tramandata di generazione in generazione, che potrebbe entrare come uno dei suoi sorpassi nei programmi didattici, o meglio ancora, raccontata nelle scuole.

Per questo Valentino merita più di un semplice grazie. Per quello che ha dato. Per quello che ha saputo fare. Perché la sua bellezza ha parlato alle folle, facendone comprendere il battito il gioco, calamitando devozione universale. Per quello che ha rappresentato e per il personaggio che ha saputo essere. Perché è stato il Re dei Re. Perché se la MotoGP avesse un supereroe con il mantello, quello sarebbe Valentino Rossi. 

La notizia del suo ritiro è stata percepita da tutti come uno shock globale, è come se fosse crollata la chiesa al centro del villaggio. Lo sport sopravvive a tutto, anche agli addii più eclatanti, sa sempre come rigenerarsi, è come una giostra che sa offrire sempre nuove emozioni, nuove vite, nuove avventure, nuove storie. Accadrà anche questa volta, anche dopo l’abbandono del più grande di tutti i tempi. Ci sarà un nuovo Re, una nuova guida, anche aver girato pagina, inoltrandoci in un nuovo percorso, sebbene sia difficile da credere senza di lui. Perché c’è la perdita del gesto puro, impossibile da riprodurre, inimitabile, partorito sempre con naturalezza e gentilezza, eleganza e morbidezza, senza apparenti smorfie di dolore. E se è vero che decine di volte abbiamo gridato “Rossi c’è”, oggi diciamo che è stato meraviglioso poterlo dire e che “Rossi c’è e ci sarà per sempre”. Non ci sarà nessun altro Dottore all’infuori di te. Semplicemente, meravigliosamente, Valentino Rossi.

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