Il Re, nel periodo più glorioso, negli anni d’oro, come un fiore a primavera. Il Re, redivivo dalle sconfitte delle stagioni precedenti, costretto a misurarsi con avversari sempre più aggressivi, deciso a riconquistarsi il trono perduto. Il Re, che si arrende all’infortunio ma non alla biologia, che si piega ma non si spezza. Il Re, che perde l’amico Sic ma non demorde, animato sempre dalla passione infinita che lo ha spinto fino a qui. Il Re, che dopo l’avventura in rosso, vuole riprendersi il predominio sul territorio, ma dovrà battersi come una tigre fino all’ultimo respiro, giocandosi il tutto per tutto.

SORPASSO
“Più difficile è la vittoria, più grande è la felicità nel vincere” (Pelé)
Il Re che seppe dirigere l’orchestra dello scontro, che seppe allattare rivalità titaniche -tra le più celebri quelle con Stoner, Lorenzo, Marquez, senza dimenticare Biaggi, Gibernau, Hayden- sempre gonfiandole al limite delle possibilità psicofisiche degli avversari, “palleggiando” con disinvoltura nel manto grigio degli autodromi mentre gli altri si spremevano come spugne per cercare di intralciargli il cammino.
La grande rivalità tra Rossi e Stoner inizia ad incendiare gli animi di entrambi, fomentare il pubblico, la stampa, i media. Stoner viene spesso fischiato, insultato ed umiliato nella apparizioni pubbliche. Scene che dimostrano il lato più incivile, rozzo, depravato, deplorevole della società del “noi” e del “loro”. Ma per le divisioni, le acredini, le sporche inimicizie non c’è posto nel motociclismo. I fans di Rossi odiano Stoner perché comincia a dare fastidio al loro eroe. Rossi stesso è in discussione perché scottato dalle sconfitte appena incassate e consapevole della bravura inestimabile del rivale australiano. È forte e ha una velocità invidiabile, un avversario difficile con un talento sconfinato, ma Rossi, d’altro canto torna ad essere competitivo e si gonfia il petto. È l’inizio di una nuova rivalità. Non si piacevano, ma si prendevano volentieri.
A Laguna Seca Rossi capì che era giunto l’attimo perfetto per sferrare il colpo decisivo, di colpire profondamente Stoner. Serviva qualcosa di speciale per rompere la forza di Casey in quel momento. In Valentino si respirava aria di sconfitta, Stoner era troppo forte quel weekend. Ma Rossi e il suo gruppo di lavoro elaborano una strategia per imbrogliare l’australiano, per non farlo vincere. È giunto il momento dell’uomo della domenica, del coniglio dal cilindro, di una spolverata di magia che avrebbe rimesso in seria crisi il 27. Vale cerca disperatamente di mettersi davanti, di ingannare l’avversario fin dalle prime battute, così da infastidirlo, nel tentativo di sfibrarlo e metterlo sotto pressione. La gara è un classico scontro giocato tra gioventù ed esperienza, velocità e superiorità. Il livello del gioco è sensazionale e manda i fans in delirio totale. Rossi è costretto a sguainare l’impossibile dal proprio repertorio, si inventa mosse audaci e creative, rivelandosi maestro vero nei sorpassi. Fino al Cavatappi, la famosa chicane posta in cima alla collinetta del tracciato americano. La sublimazione della perfezione, un sorpasso “surrealista”, il luogo dell’impossibile che diventa realtà. Fu la gara in cui Valentino seppe raggirare la forza del rivale. Una battaglia giocata sulla furbizia. Una lotta di ingegno. Sebbene non soddisfatto del comportamento del numero 46, secondo lui sleale e poco sportivo, per Casey questo è un duro colpo da incassare, una pesante sconfitta da cui imparare, una gara che gli servirà da lezione per il futuro. Rossi si era rivelato un mostro anche a livello mentale, tanto da credere di poter camminare sull’acqua. Fu una delle gare più belle e significative di sempre, una delle lotte migliori contro uno di suoi più grandi rivali, vero spartiacque della stagione, punto di svolta per la conquista dell’ottavo Mondiale. Pochi piloti possono dire di essere stati una minaccia nel territorio controllato da Rossi, ma quelli che lo sono diventati hanno alzato l’asticella dello scontro e la qualità del medesimo, facendo cambiare atteggiamento e condotta di gara anche del pesarese, che ora progetta giochi con tutti, in modo che gli avversari cadano nella trappola.
RIVALITA’
“Più grande è la sfida, maggiore è il rischio che prendo, più sono contento” (Anonimo)

Se la disfida tra Rossi e Stoner aveva divampato la stagione scorsa, la stessa si amplificherà sempre più con lo scomodo approdo di Jorge Lorenzo in MotoGP. Carattere difficile, scontroso, ruvido, egoista e volubile, il maiorchino è avvezzo a comportamenti esagerati che faranno molto discutere. Ma è un pilota costruito, edificato con il tempo, cresciuto con rigidezza e severità dal padre per prepararlo alla durezza del Circus. Lorenzo, dunque, è un personaggio camuffato, mascherato, denudato della sua innocente adolescenza, istruito a pane e bacchetta per diventare un campione e reggere la pressione dei rivali, che si è dovuto fabbricare uno scudo per attutire le sbandate. Attore di una teatralità non naturale, ma studiata nei dettagli per battere anche nella dialettica gli avversari. A seppellire ogni vana speranza di amicizia è il fatto che Lorenzo è tifoso sfegatato di Max Biaggi, e quindi il rapporto con Rossi è destinato fin dai primi metri a sgretolarsi in frantumi, a sciogliersi come la neve, a vaporizzare nell’aere. Lorenzo al debutto spiazza tutti, è velocissimo, è un concorrente temibile e agguerrito, pronto a battersi per conquistare lo scettro, ma il Re non è disposto a cederlo facilmente.
I due non sono per nulla buoni amici, anzi, nemici giurati, è una guerra annunciata ad ogni gara in cui non si intravedono spiragli di pace, capaci di spianare le ostilità. Si scontrano, si odiano, si calpestano, arrivano persino ad erigere un muro all’interno del box. La tensione è palpabile, si annusa un’odore di bruciato nella relazione. L’ennesimo guanto di sfida è lanciato e Valentino è pronto a raccoglierlo. In uno sport dove si vince o si perde per un battito di ciglia, un pilota deve usare qualsiasi arma a propria disposizione per spuntarla sull’avversario, e se l’aggressività è la ricetta della vittoria, per spingere oltre il limite, a costo di sporcarsi la reputazione, allora Rossi è contento di farlo.
Rossi è un veterano, Lorenzo il nuovo giovane pronto a raccogliere l’eredità del predecessore, a superarlo nelle preferenze del pubblico. Battere Rossi a tavolino è pressoché impossibile, impensabile da fare, piano destinato a fallire sul nascere. Rossi ammira lo straripante atletismo, la velocità estrema del maiorchino, eppure anche lui è veloce, ma l’antipatia si acuisce sempre più e lo strappo creatosi non è più riducibile. I due sono distanti su tutta la linea, sono duri e la loro dose di correttezza si esaurisce alla svelta. In pista si trovano spesso, mentre fuori fanno di tutto per evitarsi. Nel 2009 sono identici in termini di velocità, diversi nella guida, eppure pari in termini cronometrici. Poi arriva Barcellona. Il Gran Premio di casa per Lorenzo ma anche la pista preferita di Valentino. Il teatro perfetto per esibirsi in un duello mozzafiato. La folla assiste ad una delle corse più belle di sempre, ad un ultimo giro mozzafiato che rimarrà per sempre nella storia dello sport. Due soli protagonisti, Rossi e Lorenzo. Entrambi vogliono vincere, entrambi al limite come l’acrobata del circo. È la gara decisiva. Per Rossi vincere significa riaprire la competizione. Avesse perso sarebbe stato Lorenzo il più forte. È una lotta tra due campioni, due rivali, due compagni di squadra. Tutti gli ingredienti sono al posto giusto. Sta finalmente per giungere l’ora della verità. Per tutta la gara i due compagni di squadra si inseguono, si superano, si ostacolano, intrecciano le traiettorie, ma entrambi capiscono che sono appesi ad un filo invisibile che li tiene in piedi. Entrambi capiscono che è tirata, lottata fino in fondo, fino all’ultima staccata dell’ultima curva dell’ultimo giro. È qui che Rossi estrae l’ennesima freccia dalla faretra, sprigiona tutta la forza, la creatività, la fantasia, l’estro artistico, la ferocia, la furtività, e con una traiettoria impossibile che nessun altro era stato in grado di disegnare prima d’ora, se non lui stesso due anni prima ai danni di Stoner, si prende la testa della corsa e in volata batte Jorge Lorenzo, che di certo non si aspettava una manovra del genere. Una lezione di guida, da manuale, da straccio di licenza che Jorge non si sarebbe mai dimenticato. È il momento più adrenalinico, un’ulteriore dimostrazione di forza del Dottore.
Il Re ha fatto capire chi comanda ancora sul territorio, relegando a più miti consigli le volontà del Porfuera. Il Re non è ancora pronto alla successione e vince anche quando i bookmakers lo davano per spacciato. Vincere quella gara davanti al pubblico catalano tutto per Lorenzo è energia iniettata nelle vene di Valentino, e gli consente di ribaltare la stagione.
Il Re ha vinto, ha schiacciato un colpo in faccia ai propri detrattori, ma non è più lo schiacciasassi di un tempo. Ha speso molte, troppe energie per allontanare la minaccia. Fu il il campionato più estenuante, faticoso, dispendioso per un fisico non più fresco ed arzillo. Ora dovrà fare i conti con uno dei periodi più bui di sempre. Gli anni gloriosi, o almeno quelli del suo dominio, sembrano essere finiti.
INFORTUNIO
“La felicità più grande non sta nel non cadere mai, ma nel risollevarsi sempre dopo una caduta” (Confucio)

Il Re, che, messo all’angolo, è costretto a difendersi più che ad attaccare, e che ora, circondato dai rivali, vogliosi di spodestarlo, deve cercare una via d’uscita. Il Re, obbligato a dare tutto, a spingersi anche oltre il confine naturale di quello che potrebbe dare, ormai punto dai contendenti per il regno. Il Re che, come stregato da una maledizione, non è più lo stesso di prima, non riesce più ad esprimersi come nei periodi epici. Forse frastornato da due stagioni estenuanti, tirate al limite del sopportabile, e l’orologio del tempo che corre inesorabile. Il Re che si sente tradito, non più accolto bensì accantonato, che è risentito di non godere più degli stessi privilegi di prima, di non essere più percepito come il numero uno nella squadra, il capobranco, il traghettatore verso la gloria. Il Re che vedrà scorrere innanzi ai propri occhi il disastro nelle performance e che dovrà accettare di perdere lo scettro del Mondiale a favore di Lorenzo, spauracchio che riuscirà a rubare la scena proprio al nemico Valentino.
Il Mugello sarebbe stato una specie di ultima spiaggia, una extrema ratio, crocevia fondamentale della stagione. Per l’occasione realizzò il casco con il jolly, che significava che avrebbe dovuto giocarsi quella carta per tenere vivo il campionato contro un Lorenzo tremendamente veloce. Ma il Re, distrutto dalla fatica e provato da ogni pressione, cedette e cadde, fratturandosi la gamba, nella fattispecie tibia e perone.
Per Rossi fu un momento terribile e drammatico. I fans rimasero impietriti, sbalorditi. Si pronunciarono in un silenzio insolito, assordante. Nessuno aveva mai visto il loro Re rompersi e soffrire in quel modo. La sua carriera fino a quel momento era stata solo un susseguirsi interminabile di successi, che ora però si era maledettamente interrotta.
Eppure Rossi, contro le leggi della medicina e animato dalla mai tramontata passione, sfidò i malpensanti e contro ogni pronostico si rimise alla caccia del regno perduto. Sebbene in molti pensarono che la carriera di Valentino fosse giunta ai titoli di coda, come un gatto dalla mille vite, risorse dalle proprie carni, e dimostrò un’altra volta a tutti di che pasta fosse fatto, di quale scorza fosse rivestito. Il Re riuscì a reagire agli imprevisti, a cicatrizzare le ferite sulla pelle e forse anche i segni nella mente. Il Re che si dimostrò idolo e icona per tutti, simbolo di resilienza, di tenacia. Il Re che tornò più forte di prima, testardo a riprendersi un’altra volta il titolo di dominatore del territorio.
ANNUS HORRIBILIS
“Il Re è coraggioso quando deve esserlo, quando non ha scelta. Anche i Re hanno paura, più di quanto tu possa immaginare”. (Da “Il Re Leone”)

Eppure gli imprevisti sarebbero continuati, senza, sosta, per almeno un altro biennio. Anche le più belle storie d’amore possono tramontare, e Valentino non fa eccezione. Dopo quattro mondiali e quarantasei vittorie, Valentino è deciso ad evitare Lorenzo (geloso della situazione), e il bisogno di una nuova sfida e di nuovi stimoli lo spingono a fidanzarsi con la Ducati. Un azzardo, una follia, un rischio enorme, che ricorda, come per assonanza, il rischio che corse quando lasciò la Honda. Ma stavolta la scelta si rivelerà un fallimento totale, un periodo orribile e frustrante, un matrimonio mai sbocciato che finirà con un divorzio prima del tempo. Forse, lo sbaglio più grande (e anche l’unico) della sua carriera.
Il Re che per tutta la carriera riuscì a mimetizzare la paura, ora deve misurarsi pure con questa. È un annus horribilis in tutto e per tutto. È il momento più basso della sua carriera e il primo anno in cui non vince nemmeno una gara. A questo si aggiunge il dramma della morte di Marco Simoncelli, il suo amico più grande, con cui condivideva allenamenti e risate. Rossi è devastato, il paddock è paralizzato, sconvolto dalla morte del Sic. Nonostante tutto, il Re si dimostra coraggioso a proseguire, proprio ora che non ha scelta. Tuttavia Rossi non ha mai pensato di smettere, ma è una disgrazia che non potrà mai dimenticare, un duro colpo da incassare, la cui cicatrice rimarrà indelebile.
Ma i veri Re si dimostrano forti proprio nei frangenti più dolorosi, quando piove sul bagnato e non sembra esserci una via di scampo. Eppure Rossi riesce a raggirare gli ostacoli, il volto bagnato dalle lacrime e dal magone di non poter più vedere la chioma folta del suo più caro amico. Ma riesce a reagire, a rialzarsi, continuando a gareggiare ai massimi livelli, onorando la passione per le moto, la stessa che spingeva Marco al limite.
La vita va avanti e Rossi è pronto nuovamente a correre, ma la reputazione è in caduta libera, l’autostima è ammaccata e la consapevolezza sotto i tacchi, come il morale. Dimostra anche che Valentino non è un mago, non è invincibile, come ogni campione ha bisogno delle giuste alchimie per funzionare.
Il Re è costretto ad ammettere la sconfitta e torna sui suoi passi, decide di fare retromarcia, consapevole di aver sbagliato, ma deve accettare di non essere più il capobranco. Per il Re è un boccone amaro da digerire, e un nuovo pericolo incombe sul suo trono: l’arrivo nella classe regina di Marc Marquez, forte come nessun rivale prima di lui. Il giovane spagnolo è pioniere di un nuovo stile di guida, è padrone della sua moto, come Rossi negli anni migliori. Introduce un modo avveniristico di stare in sella, tutto appeso, gomiti per terra e spalla che lussa l’asfalto.
D’ora in poi dovrà usare ogni arma del suo arsenale per battere il nuovo astro della categoria per conquistare il decimo titolo e coronare così una magnifica carriera. Si lancia nella sfida, armato fino ai denti, pronto a combattere con tutto ciò che ha, con le buone e con le cattive, per riprendersi il trono.
REDIVIVO
“Le difficoltà spezzano alcuni uomini, ma ne rafforzano altri” (Nelson Mandela)

Il Re che combatte come una tigre deciso a dimostrare che non è troppo vecchio e non ha perso lo smalto. Vuole dare prova alla nuova generazione di stelle che il leader è ancora lui, ma per riuscirci, il Re deve battersi contro il più grande e tosto di quella generazione, Marc Marquez. Sarà la stagione dei fuochi d’artificio tra i due, la rivalità più accesa degli ultimi tempi. I due guidano ad un livello esasperato, fuori dal normale, mai sazi, abituati a gettare il cuore oltre l’ostacolo pur di mettere le proprie ruote davanti a quelle dell’avversario. Due galli nello stesso pollaio, due anime accesissime, una sorta di Michelangelo e Raffaello, due geni sotto lo stesso tetto. Nessuno è disposto a mollare. Sono fatti della stessa pasta. Entrambi hanno trovato pane per i loro denti; Rossi soprattutto ha trovato un avversario degno del suo nome, assetato dal desiderio esagitato, insaziabile, maniacale di vittorie, che era suo fan e conosceva tutti i suoi trucchi, che non si sarebbe lasciato intimorire da una guerra psicologica, dalle trappole, dai giochi furbi, dalle frecciatine, men che meno dalla durezza e dall’asprezza delle lotte in pista. Marquez ha imparato anche l’odio per la sconfitta, il senso di predominio, la tenacia con cui deve scontarsi. È l’anno in cui si consumerà il dramma, lo scontro più coinvolgente ed esagerato della storia delle moto. Una rivalità senza precedenti che infiammerà il mondo intero.
Dopo essersi incrociati e scornati in Argentina e in Olanda, nelle ultime gare della stagione Rossi accusa Marquez di complotti, di strane alleanze, di campanilismo, di averlo deliberatamente intralciato, senza remore, senza rancori, ma con scellerato cinismo e sfacciataggine. La lotta psicologica e la pressione del mondiale cominciano a farsi sentire, qualche strano equilibrio comincia a scricchiolare.
La torre d’avorio indissolubile di Valentino si sgretolerà al GP della Malesia, in una torrida domenica di ottobre, dove si scatena l’inferno. Più di trecentoventi milioni di persone in tutto il mondo osservano incredule e senza fiato mentre il Re spinge Marquez a bordo pista, facendolo cadere. Il pubblico rimane stordito in preda ad una mossa mai vista prima nelle corse, stanno in religioso silenzio mentre l’incredulità si disegna nei loro volti e il dramma si consuma. Il silenzio dura poco. Subito si scatena il finimondo. Tutti amano la polemica, le battaglie accese, l’incandescenza della guerra, la lotta fratricida, il termometro della temperatura che sale alle stelle. L’adrenalina sale nei loro corpi e ne offusca la visione delle cose e a caldo i protagonisti non possono nascondersi.

Nessun vero tifoso vuole vedere scene simili, dove i piloti possono seriamente farsi male. E questo tipo di azioni sono indifendibili. Rossi è minacciato nella reputazione, la sua immagine potrebbe opacizzarsi, offuscarsi per una manovra sciocca e poco lucida, potrebbe danneggiarlo nell’orgoglio e nella carriera. Vale è bravo a fare giochi mentali e intimorire gli avversari, è da molto tempo che lo fa, ma Marquez è di una stoffa simile a quella di Rossi, conosce le trappole e non cade nei tranelli del Re.
Rossi è frustato dal perenne punzecchiamento dell’iberico, trova indecoroso che si infili in una lotta in cui lui c’entra nulla. Il Dottore è palesemente disorientato e arrabbiato dei suoi gesti, tanto che alza la mano verso lo spagnolo, che cerca impudicamente di ostacolarlo nella corsa al Mondiale. É al limite della sopportazione, e reagisce.
Il paddock è in fibrillazione, è diviso in fazioni nemiche, l’acredine raggiunge livelli vulcanici. Mai si era arrivati alla violenza. L’opinione pubblica si divide tra lo scontro Rossi-Marquez. La reazione di Valentino ha superato i limiti e non è quello che vogliamo vedere, afferma Dovizioso.
L’atmosfera è calda come non mai, c’è scompiglio, agitazione, adrenalina. Lo si percepisce nei volti, lo si annusa nell’aria, lo si respira a pieni polmoni, ma è l’ingrediente infallibile che attira le folle.
C’è ancora una gara da correre, un capitolo tutto da scrivere, sebbene la penalità inflitta a Valentino che lo costringe a partire dalla coda del gruppo e la strategia degli spagnoli, renderanno scontato l’esito della stagione. Rossi è autore di una rimonta epica finita al quarto posto, ma non basta. Lorenzo è campione del mondo.
Tanta è la frustrazione che Rossi decide di disertare la serata di premiazione della FIM. Rossi perde e deve fare i conti con la sconfitta. È una stagione troppo difficile da digerire, una sconfitta che fa male, soprattutto per come è maturata. Ora il decimo titolo si appanna sempre di più, è una brutta botta che non guarirà mai.