La genesi del mio credo

La vita semina passioni indelebili che ci riempiono l’esistenza, bellezze di cui ci innamoriamo al primo sguardo, sentimenti ed emozioni che descrivono l’impalpabile stupore che attraversano chi le vive. Poi esistono quel tipo di amori che ci rovesciano gli schemi dell’esistenza dall’oggi al domani, facendoci così un regalo straordinario.
Eccone una tutta mia, personalissima ed originale: il motociclismo, una forma di religione, un interminabile flusso di emozioni, sorgente infinita di talenti e magia da cui abbeverarsi. Ed io me ne innamorai perdutamente.
A chi avrà voglia e curiosità di “sfogliare” queste pagine, un affresco della genesi del mio credo, senza voler essere dissacratorio verso alcuno.

“In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio”.
In principio Dio creò il motociclismo. Una forma di religione, un interminabile flusso di emozioni, sorgente infinita di talenti e magia di cui abbeverarsi, un universo unico nel suo genere ed incredibilmente adrenalinico.

La vita semina passioni indelebili che ci riempiono l’esistenza, bellezze di cui ci innamoriamo al primo sguardo, sentimenti ed emozioni che descrivono l’impalpabile stupore che attraversano chi le vive. Attimi indimenticabili e difficilmente rimovibili dalla nostra memoria biologica. Specie se questi finiscono per sembrare una patologia in chi ne è “orgogliosamente affetto”. Poi esistono quel tipo di amori che ci rovesciano gli schemi dell’esistenza dall’oggi al domani, facendoci così un regalo straordinario.

Ecco, il personalissimo momento che mi ha radicalmente ribaltato le sorti dell’infanzia prima e della vita poi, fu la prima gara di MotoGP che vidi. Correva l’anno 2008, una stagione strepitosa, resa immortale e magnifica dagli attori protagonisti, -Valentino Rossi e Casey Stoner su tutti-, dai quali rimasi immediatamente estasiato.

È il 20 luglio 2008. Undicesimo appuntamento dell’anno. Si corre il GP degli Stati Uniti della classe regina sull’asfalto vibrante e leggendario di Laguna Seca. Un circuito progettato per farvi trionfare veri fuoriclasse, affascinante e unico al mondo nella sua originalità e bellezza, e al contempo di un livello di difficoltà esasperato, superiore alla media. Un’interpretazione resa ancora più imprevedibile dall’asfalto sconnesso dovuto alle numerosissime buche che imbrogliano la guida, dalle variazioni altimetriche mozzafiato, dalle temperature torride (Laguna Seca è una piccola cittadina della contea di Monterey in California) e da curve insidiose. Ma soprattutto reso iconico da un settore della pista: il “Cavatappi” (in inglese “The Corkscrew”), scenografico cambio di direzione sospeso sulla sommità di una collina che si snoda su un dosso molto ripido. Si sale, non si vede nulla e all’improvviso si scende. Diciotto metri di dislivello, in cui bisogna trattenere il fiato. Come buttarsi a capofitto da un palazzo di cinque piani. Una specie di montagna russa. Tutto istinto e naturalezza. Insomma, una pista per veri fuoriclasse, in gergo una gara che per chi la vince è “tanta roba”, per usare un neologismo giovanile, un pilota e un campione a tuttotondo.

Avevo cinque anni, neofita della vita, un cucciolo alle sue prime armi con il mondo dello schermo che faceva a ping-pong tra una scampagnata all’aria aperta e una gara a macchinette telecomandate dentro casa. Ma la tivù, allora sintonizzata su Italia 1, mi rapì nel momento in cui insieme a mio papà, appassionato di motociclismo e di Valentino Rossi nello specifico, guardammo la corsa, vinta dal pilota di Tavullia a seguito di una battaglia estenuante ed incandescente, dal valore sublime, ai limiti del razionale, con il rivale di sempre Casey Stoner.

Di quel GP mi rimase impresso nella mente il magnificente, strabiliante, vietato, assurdo, teatrale e scomposto sorpasso di Rossi sul pilota australiano in quella curva, il Cavatappi. Una manovra da quadro impressionista, che stupisce chiunque abbia il formidabile privilegio di nutrirsene. Perché progettato cucendo insieme arguzia e cinismo, estro e creatività, nonsenso e irrazionalità, fantasia e sfrontatezza “in una curva dove c’è scritto “vietato passare”. Perché schiacciato in faccia a Stoner. Perché da cartolina che vale il prezzo del biglietto. Perché rifinito dopo aver sconfinato i limiti della pista, mettendo le ruote sulla terra battuta, alzando un polverone scenografico da spaghetti western, rischiando pure di buttarsi per terra. Perché dimora surreale di ultraterrena genialità.

Lì, in quella manciata di secondi velocissimi ma densi di significato, risiede la grandezza faraonica, l’eccezionalità a tratti irripetibile di quel frammento di vita vissuta. Quel sorpasso contro l’ortodossia di qualsivoglia formula matematica, oltre ad avermi illuminato moralmente da sfrenato appassionato di motori da tempo, mi ha fornito una figura iconografica, quasi un’effige, di Valentino, sintesi esemplare della mia passione.

Fu un momento memorabile, di incommensurabile valore, in cui il tempo pare fermarsi, lo schermo mi stregò con un “incantesimo benefico”, si impossessò del mio Dna, iniettandoci l’amore per le corse.
Quell’istante si rivelò come un’apparizione misteriosa, una visione estatica. Un sorpasso che per chi è geneticamente “agnostico” alla mia religione potrebbe risultare di difficile lettura, ma illuminante per chi invece di sport a motore ne mastica tutti i giorni, come un’Ave Maria.

Un po’ come Dante che alla visione di Beatrice rimase folgorato della sua angelica presenza, anch’io sentii dentro di me una voce flebile ma quanto mai assordante, che disse: “Ecce deus fortior me, qui veniens dominabitur michi” [“Ecco un Dio più forte di me, che mi dominerà col suo arrivo”]. Fui pervaso da una sorta di sconvolgimento interiore, di terremoto intestino che raggiunse i miei cinque sensi, riempiendoli smisuratamente di gioia. Rimasi come stordito, insensibile, come una statua di cera. Ebbi la sensazione di un cuore trafitto dalla sagitta della velocità, da una pulsione imprescindibile, dispensa sacra di divertimento allo stato puro.

Fu l’istante in cui si fece strada un sentimento assopito, risvegliato dal fragore incessante di quel sorpasso. Fui irradiato d’immenso, catapultato in una galassia sinora sconosciuta, facendomi così un regalo dal fascino magnetico.
Verrebbe quasi da dire, rivisitando l’esclamazione di Fabio Caressa alla vittoria dell’Europeo 2020 dell’Italia, “Grazie Signore che ci hai dato il motociclismo!”.

Oggi la MotoGP la vivo come “l’evento del giorno”, l’Olimpo degli eventi. Non c’è domenica in cui non la segua. Non esiste. Ovunque sia, in spiaggia o in casa, in montagna o ad una festa, in qualsiasi angolo del pianeta mi trovi, devo assistere alla gara e parteciparvi in maniera ansiogena e scalpitante, dallo spegnimento dei semafori, per passare alle battaglie che si consumano in pista, fino ad arrivare allo sventolio della bandiera a scacchi.

Quello degli sport a motore è una disciplina che mi ha sempre affascinato, ma in quel frangente è scoccata la scintilla per alimentare in me una passione ancora più forte, vibrante, ruggente, capace di impreziosirmi la vita, oggi tempestata dalla mattina alla sera di ruote che girano a trecento all’ora alla tv. In qualche modo è diventata una sorta di droga che non riesco ad eliminare dalla quotidianità. Un amore di cui sono morbosamente invaghito. Sì, proprio l’amore verso la MotoGP, pura bellezza capace di salvare il mondo, come diceva Dostoevskij.

D’ora in poi il motociclismo dominerà in tutto e per tutto la mia vita, la cui essenza è stata rinnovata e sconvolta dall’arrivo di un nuovo velato amore.

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