Dopo anni di scommesse senza fine, di titoloni da riempire di stelline gli occhi dei tifosi, di acrobazie gratuite sui social, di illusioni e disillusioni, di gelosie solleticanti, di sogni inarrivabili, di fantasie febbrili, di traguardi nemmeno pensabili, Lewis Hamilton si colora di rosso, approdando a Maranello, in Ferrari, nella casa dei desideri per antonomasia. È una di quelle notizie che scuotono il panorama delle corse, che accendono il sole attorno all’arida e spoglia Formula 1, da tempo assonnata e disabitata da movimenti tellurici del genere. Ma soprattutto è il fascinum per un sogno, quasi strindberghiano, a rasentare l’impossibile e sfidare l’inenarrabile, che rende quest’avventura straordinaria solo a pronunciarla. Il guerriero è pronto a ruggire di nuovo, a solcare nuovi mari, a cavalcare un nuovo sogno, a combattere il fuoco del drago che gli ha incendiato sentimenti e glorie, a levigare a lucido i suoi artigli spuntati negli ultimi tempi, a rassodare muscoli sfibrati, ma soprattutto a raccogliere e accogliere un affascinante e rischioso guanto di sfida, pur restando in eterno il bambino che sognava di correre in Formula 1, sempre con il sorriso sul volto, coronando l’ennesimo sogno di una carriera strepitosa. È l’inizio di una nuova avventura. Una nuova era. Un nuovo capitolo. Che la sfida abbia inizio.

SOGNO
“Vivi e sogna! Vivi attraverso i tuoi sogni, fa che i tuoi sogni informino la tua vita”
(Anonimo)
Viaggia veloce il fiume della Formula 1 e scava profondo il canyon che attraversa. Nel pianeta più veloce di tutti, il pianeta dove si vive costantemente sul filo sottile tra caduta e vittoria, tra dannati danteschi e angeli cherubini, tra bene e male, tra bianco e nero, tra l’empireo e le tenebre, costellato di eroi inarrivabili per velocità e talento, dove sopravvivono solo i più forti, i veri domatori dell’asfalto, una cometa è in rotta di collisione, pronta a spalancare le proprie braccia per abbracciare chiunque se ne voglia nutrire. E non è una storpiatura della sceneggiatura del film “Don’t look up”, ma di un vero uragano mediatico e sportivo pronto ad abbattersi sulla F1, una scarica di adrenalina e stupore, una scia inenarrabile di meraviglia, un concentrato di ammirazione e sogno pop in salsa inglese.
Se c’è una notizia che avrebbe potuto sconvolgere il panorama mondiale delle corse automobilistiche abbeverandosi alla fonte dell’impossibile, attingendo anche a quella fresca e pescosa dell’inimmaginabile è proprio l’approdo di Lewis Hamilton in Ferrari. Ebbene, dopo anni di lettere morte e resuscitate, di titoloni da riempire di stelline gli occhi dei tifosi, di acrobazie gratuite sui social, di illusioni e disillusioni, di gelosie solleticanti, di conferme flebili e smentite urticanti, di sogni inarrivabili, di trattative intavolate e mai firmate e di scommesse da urlo, il Re è pronto a sbarcare a Maranello, approdando nella culla dei sogni di ogni pilota, terra di amore e passione, dove la pressione si coniuga all’orgoglio, e riflettori abbacinanti e attenzioni mediatiche si fondono in un mix dal sapore mellifluo, quasi mesmerizzante e seduttivo. Il sette volte campione del mondo, la Leggenda, il pilota più titolato e pregiato di sempre, dall’alto delle sue innumerevoli vittorie e campionati mai gratuiti, in perenne trasformismo prestigioso come il trapezista sul filo, è pronto ad abbracciare il Mito, il Cavallino, in una nuova ed affascinante sfida che alimenta già le trame più divertite e fantasiose, facendo sbocciare il fiore del sentimento per la Ferrari, insistendo sul solco di chi l’ha preceduto. Perché i campioni sono nati per questo. Per sfidare eternamente sé stessi, convocando a sé tutte le forze, per sconfiggere demoni e fantasmi, sciagure e malelingue, giudizi e irrisolti, inganni e maldicenze, piegando natura e pronostici dalla loro parte, innaffiando continuamente la loro fertile carriera di nuove passioni da coltivare e fare crescere per aggiornare i record e nutrire il loro sconfinato palmares.
Come direbbero i più fighi, è una breaking news, uno shock, alcuni legittimamente parlano del “colpo del secolo”, un’ultim’ora da inchiodare nei ricordi più belli, da appendere come un poster nella cameretta, una “notizia bomba” che accorda fantasie, unisce voci, calamita sorrisi sempre nuovi, come un trauma difficile da elaborare, che fa risuonare eco leggendarie, evocando sogni proibiti e domeniche al cardiopalma. Nella faccia di chiunque si legge lo sgomento, si disegna l’incredulità, esonda il fiume della gioia, feconda il seme della follia. In tutti balena l’idea di un’operazione dal fascino irresistibile, di un trasferimento che suona epocale, che fa vibrare le corde del sentimento popolare, che riaccende la passione per uno sport che da diverso tempo è fagocitato dalla noia, dalla fredda malinconia, dall’algida realtà che consegna esiti già confezionati e gare precotte, prive di quella pulsazione e suspence che dovrebbero rivestire l’universo della Formula 1 sempre più show business e molto meno avvezzo alle passioni terrene e a movimenti tellurici del genere. È una notizia che scuote il panorama delle corse, che rende il mondo della Formula 1 più palpitante, attraente, magnetizzante, perché una storia del genere è un privilegio che per chi la vive, un onore per chi ha il piacere di raccontarla, comunque vada. Soprattutto per lui, il Re nero, che questo giorno l’ha inseguito a lungo, e ora è pronto a vederselo trasformato in realtà, un sogno che gli ha fatto battere il cuore fin dall’infanzia.
In un mondo fatto di freddi numeri e di sentenze spesso selvagge, inibitorie e contraddittorie, dove la pressione gioca in casa e la vittoria è l’unico antibiotico per combatterla, è spontaneo sciogliersi al suono soave e prorompente, che squarcia il cielo, di una notizia del genere. È vero, sembra rasentare la follia, alimentare le allucinazioni più folli e combattute, eppure, parafrasando Steve Jobs, “siate folli, siate affamati, perché solo coloro che sono abbastanza folli da pensare di cambiare il mondo lo cambiano davvero” sembra che Hamilton abbia elaborato la massima dell’inventore statunitense e si sia caricato sulle spalle il fardello dell’impresa di cambiare il mondo. Di confezionarlo con il fiocco che preferisce, tracciandone parabole e traiettorie, di smussarne gli angoli più increspati, cucirne le ferite più dolorose, saturarlo di un colore vivido e di regalarlo come un sogno da custodire e proteggere, magari da divulgare, elevando a legge il mantra della fatica, del sacrificio per ottenerlo. Come a confermare la tesi aristotelica per cui “esiste un solo modo per evitare le critiche, ossia non fare nulla, non dire nulla, non essere nulla”, mentre l’asso a sette cuori di Stevenage è convinto, a ragione, come il gigantesco pensatore greco, dell’immortalità dei suoi sogni.

SFIDA
“I mari calmi non hanno mai formato un marinaio esperto”
(Franklin Delano Roosevelt)
Il guerriero, dunque, che abbraccia una nuova sfida, imbevuta di fascino letale, assetato di nuovi stimoli, di nuovo carburante per alimentare il motore della sua carriera, di nuova linfa per risorgere dalle paludi salmastre ed arse, per citare il Vate, che lo segregano in pasto alle fameliche fauci del drago che gli ha incendiato sentimenti e glorie, impedendogli di esibirsi fino alla fine del suo spettacolo, soffocato dalle spire sempre più stringenti della sconfitta. Il Re, guerriero di un’altra galassia, votato al solo successo, sulla soglia dei quaranta, ma con il fuoco dentro che bolle a temperature incandescenti, alle prese da qualche tempo di un magma tenebroso che lo riveste e lo ammanta senza lasciarne apparente scampo. Il guerriero, da predatore per eccellenza a preda facile per antonomasia con artigli spuntati e muscoli sfibrati, incapace di reggere lo strapotere nel ring contro avversari apparentemente inarrivabili. Sembrasi capovolto il mondo, eppure chi dominava le praterie sterminate del proprio regno, ora deve defilarsi in luogo di un nuovo padrone, che risponde al nome di Max Verstappen, affamato come il predecessore di pasti facili e vittorie a distruggere la concorrenza.
Il guerriero, protagonista di rivalità ancestrali, che andavano oltre il limite della resistenza fisica, che piegava il ferro come un prestigioso appassionato di occulto, ora appare rubato dei suoi superpoteri, prigioniero nella gabbia metallica di una magia che non sembra più in grado di liberare. Lui, che dopo essere stato il feroce aguzzino ed entità austera della Formula 1, dominatore su tutto e tutti, gladiatore con il petto di fuori, perfetto e levigato come una statua neoclassica dalla bellezza rara, oggi è costretto a ritagliarsi un posto in seconda fila, dopo il ritornello, voce bianca in un coro di tenori. Il guerriero, che vede il territorio apparentemente inscalfibile ora deturpato, edulcorato, inquinato rispetto a quella magia che lo irrorava, su cui si depositano funeree eredità e presagi tiepidamente malvagi all’orizzonte.
Il sogno che lo spinge ad affrontare un nuovo viaggio, accogliendo una nuova ed appassionante sfida ed eredità -perché Hamilton non va in Ferrari per sola immagine o puro marketing, o semplicemente come una mera last dance per chiudere il cerchio, come tanti potrebbero scimmiottare- in fondo, è anche questo. Il sogno di tornare a calcare palcoscenici degni del suo livello, tappeti rossi che si depositano al suo passaggio, riscattandosi dal periodo nero che dura da troppo tempo. Sebbene non vinca da oltre due anni e il digiuno stia diventando magone insopportabile, ai limiti dell’annichilimento sportivo, Hamilton vuole provarci un’altra volta. Distendersi nel rettilineo finale della sua carriera come un surfista tra le onde in mare aperto a plasmarle e domarle. Non si lascia per vinto, non vuole certo concludere la sua strepitosa carriera nel lato notturno in cui è sbarcato negli ultimi tempi, affrontandolo nella maniera più verticale possibile, riconoscendo le stelle amiche per orientarsi nell’oscurità più fitta e torbida. Lewis non si arrende alle circostanze che il destino gli ha concesso, vuole concedersi un’altra opportunità dove poter fecondare altre letizie e brividi per gli appassionati e i tifosi di tutto il mondo, magari riproponendo sfide palpitanti come quelle epiche vissute con Verstappen, calamitando devozione trasversale, incendiando nuovamente il calore della gente, levando la polvere posatasi sui ricordi più vividi, sbucciandone l’essenza più profonda, riappropriandosi dei propri sogni.
Scoperta e metabolizzata la propria vulnerabilità sportiva, apparentemente infrangibile, non esente da inciampi e sgambetti che ne hanno rallentato la corsa frenetica all’ottavo sigillo, ha subito ridisegnato traiettorie, progetti, coordinate, reinventandosi in un nuovo ruolo, riportandosi con i piedi per terra -divino fra gli umani-, propugnando una nuova missione, accudendo il proprio sogno, coccolandolo con grazia e dolcezza. Non è ancora giunto il momento di mollare la presa, sarà lui l’artefice del proprio destino, sarà lui a decidere il tempo del commiato, dell’addio alle scene, il momento dei lacrimosi saluti. È ancora quel ragazzino di tredici anni che sogna di vincere in Formula 1, talentuoso come pochi al mondo, capace di impressionare i volti dei fans con le sue mirabolanti performance, pronto a stupire e convertire coloro che ancora non l’hanno apprezzato e ammirato fino in fondo. Proprio come nei più celebri romanzi di formazione -ricordando Dickens- risorgendo dalle ceneri siccome una fenice, dal paradiso degli anni d’oro, nutrito incessantemente di vittorie e di sorrisi, di sorpassi impossibili e gare trionfali, prima di inciampare nei fantômes più fastidiosi e cominciare così la spietata ed inesorabile discesa agli inferi, ostile e tenebrosa, tra le fameliche e venefiche fiamme dell’inferno -come Tamino nel finale de “Il flauto magico” mozartiano- dopo quel Mondiale perso all’ultimo giro dell’ultima gara dell’anno contro Verstappen, acerrimo rivale e nuovo gladiatore. Ma sarebbe stato troppo facile e vigliacco ritirarsi dalle corse all’acme del successo o abbandonare i propri sogni di gloria nel deserto arabo di quel giorno di inizio dicembre. Ora Hamilton con questo colpo di coda, con la voglia di intraprendere una nuova avventura, vuole mettersi in gioco una volta di più, vuole sfidare sé stesso per trionfare sulla rovina e sull’incubo, facendo rinascere il fiore della vittoria. Adoperare questo nuovo guanto di sfida come un antibiotico per vincere i fantasmi che spesso l’hanno incalzato sul suo cammino, per esorcizzare gli esseri demoniaci che hanno cercato di tentarlo e sedurlo, spesso di inghiottirlo nelle loro possenti mascelle negli abissi più oscuri.
Come nelle fiabe più celebri, anche il suo matrimonio con le frecce d’argento -che sembrava destinato all’eternità, vita natural durante– è chiamato a spegnersi, alla discesa del sipario, ad approdare all’atto finale, prima di voltare pagina per un nuovo capitolo tutto da scrivere. Eppure il destino alle volte fa giri strani e lascia aperte traiettorie impossibili da disegnare, forse impensabili, sogni proibiti da vivere tutti d’un fiato, fino all’ultimo respiro.

“Il successo non è mai definitivo, il fallimento non è mai fatale; è il coraggio di continuare che conta. Non sempre cambiare equivale a migliorare, ma per migliorare bisogna cambiare. L’ottimista vede opportunità in ogni pericolo, il pessimista vede pericolo in ogni opportunità”
(Winston Churchill)
Per Hamilton è tempo di cavalcare un nuovo stimolo, di sperimentare e sperimentarsi, di innovare e innovarsi, di cambiare e cambiarsi -rammentando Churchill- proprio lui che ha fatto delle capacità di adattamento la sua cifra stilistica, il suo cavallo di battaglia, edificando il proprio successo, sapendo sempre aggiornarsi, rimanendo al passo con i tempi che hanno percorso le ere geologiche che lo hanno attraversato nel corso della sua inaffondabile carriera. Ma più di tutto, è giunto il momento di aprire un nuovo capitolo della sua vita, destinato a consegnarsi alla storia, alle pagine più memorabili, agli archivi più idilliaci che la Formula 1 abbia mai conosciuto, affrescando una giornata storica per il mondo dello sport, rifacendone lo smalto. È il tempo per lui di abbracciare una nuova avventura, imbracciare nuove frecce in faretra da scoccare, solcare nuovi mari, magari più tempestosi, spinosi, timoniere di un equipaggio da svezzare, uscendo dalla sua comfort zone per misurarsi in altri territori e con un compagno di squadra, Charles Leclerc, bandiera del futuro della Ferrari e tutt’altro che disposto a fare da servile comprimario, da umile ambasciatore, aggiungendo ulteriore appeal alla sfida, stella che già brilla di luce propria.
È giunto il tempo di realizzare il sogno che più di ogni altro agita le acque dei fenomeni del volante, quello di guidare per la Ferrari. Coronare il desiderio di tutti, per quel rosso lì che solo a pronunciarlo fa salire la trepidazione, i decibel dell’attesa. Magari snervante, amara, logorante, ma dolce nel frutto, parafrasando Rousseau. Per consacrare la propria carriera e deporla sull’altare eburneo del Pantheon dei più forti, sotto l’egida dei migliori artisti dell’asfalto. Incoronandola tra le storie più influenti del mondo delle quattro ruote. E qualora riuscisse a vincere, sfatando tabù, sfidando giudizi irrequieti e folgori pop, sarebbe una favola già destinata alle stampe, una storia narrata dai migliori romanzieri di tutti i tempi.
Intraprendere un nuovo guanto di sfida prima di tutto per vincere prima contro sé stesso -insieme a quelli che lo hanno sempre sostenuto e osannato- e poi quella contro i delatori che più volte lo hanno voluto finito, consumato, sfibrato, sepolto. Una nuova sfida per tornare ad essere il joker di un tempo, quello con la maschera dal sorrisetto spietato e diabolico, quello che in fondo nasconde una profonda rivalità, nutre odore di forti rivincite, quel killer clown alla It come scritturato dalla penna di Stephen King, che vuole riprendersi ciò di cui si sente derubato nei numeri e nei sentimenti. Sempre con il sorriso stampato sulle labbra come il primo giorno in cui ha guidato ed elevandosi a guru ispiratore per le nuove generazioni che sposano un sogno. Con il vento che soffia fitto alle spalle e il cronometro a scandirne l’esistenza terrena.
Nato per vincere, oro nero nella cassaforte policroma della Formula 1, scrigno di tesori indicibili, programmato per abbattere muri, sanare crepe, ritrovare il sorriso, battersi per ciò che ritiene giusto farlo, allenato per qualsiasi sfida si presenti sul suo cammino. Pur restando in eterno sé stesso, il bambino che sognava di correre in Formula 1, disinibito e leggero, icona di stile e moda, stravagante nell’apparenza ma composto al contempo -mai una gaffe-, con il traguardo mai cieco e nascosto di guidare la macchina rossa, forse anche un omaggio al suo mito Senna, il cui sogno si è schiantato con lui al volante trent’anni fa al Tamburello di Imola. Visionario di successo, quasi riproponendo con cromature diverse ciò che lui stesso face quando abbandonò la vincente McLaren per una promettente ma acerba Mercedes. Ma ebbe enormemente ragione, come la storia ce lo dimostra senza troppi orpelli. Forse stavolta è una rivisitazione allegorica in tempi profondamente diversi. Forse è vero, forse non lo è.
Fenomeno imbrigliato in gabbie metalliche, leone ferito ma capace di resuscitare, di rinascere, per stupire il mondo una volta di più, per manifestare la propria forza. Ogni vita porta con sé delle sfide e ogni sfida che si presenta sul cammino di ognuno di noi ha dentro, quasi come un paradosso, della magia. La magia di provarci sempre, fino in fondo, senza arrendersi. Provare a vincerle, finché si può, finché ce n’è. Per dare alla vita un significato, un valore profondo. Quella vita che altrimenti sarebbe una misera conoscenza dei limiti umani. Perché, filosofeggiando Seneca, “il valore quando è sfidato si moltiplica”.
“Tutto può accadere, tutto è possibile e verosimile. Il tempo e lo spazio non esistono. Su una base insignificante di realtà l’immaginazione fila e tesse nuovi disegni”
(da “Sogno” di August Strindberg)
