Sembra uno che non ha mai smesso di correre, per la velocità infinita e per il talento immenso che lo guidano. Sembra ancora un ragazzino per le funamboliche acrobazie in cui si produce e per i ricordi che rammenta. Sembra ancora uno dei migliori. Eppure, sebbene gli anni corrano, Dani Pedrosa, il piccolo Samurai, che in Spagna tornava a presentarsi sulla griglia di partenza, rimane per sempre una stella polare nell’universo della MotoGP, l’anima ardente e viva delle moto, un’ancora a cui aggrapparsi, un volto disteso e sereno a ricordarci che una corsa su due ruote può rivelarsi davvero un’avventura straordinaria. Soprattutto se la testuggine di “Camomillo” viene trafitta dall’emozione e dall’amore senza frontiere tributati da un popolo intero che gli sarà grato in eterno. Una lezione di sport, ma soprattutto di vita, ad affrescare una domenica al cardiopalma.

“I campioni non si costruiscono in palestra. Si costruiscono dall’interno, partendo da qualcosa che hanno nel profondo: un desiderio, un sogno, una visione. Devono avere resistenza fino all’ultimo minuto, devono essere un po’ più veloci, devono avere l’abilità e la volontà. Ma la volontà deve essere più forte dell’abilità”
(Muhammad Ali)
Una specie di messianica apparizione davanti agli occhi del pubblico spagnolo, della gente di un popolo prostrato innanzi all’incredulità della visione di un fenomeno che nella sua infinita carriera ha saputo illuminare il sentiero della MotoGP. Per tutto il fine settimana, a Jerez, si respirava profumo di nostalgia, di vecchi tempi, di lotte in pista, di sorrisi disegnati sul volto del pilota di Sabadell, acclamato ad ogni curva, osannato ad ogni piega. Si viveva un’atmosfera tipicamente festosa, come se fosse una serata celebrativa o come se sfilasse davanti a tutti la star di Hollywood. C’era un clima di grande curiosità, avvolto da profondo rispetto, ammirazione eterna per il ritorno sulla griglia dello spagnolo.
Alla notizia quasi inaspettata che Dani Pedrosa sarebbe ritornato alle corse, soprattutto al ritmo forsennato che queste muovono negli ultimi tempi, nemmeno lui è rimasto nella pelle. Non ha saputo resistere alle perpetue ovazioni che lo volevano al centro della festa, in un momento straordinario di comunione dei sentimenti. Perfino il più piccolo dei samurai, tutto cuore e velocità, sensibilità e talento, è stato trafitto dalla sagitta dell’emozione. Benché questi supereroi riescano a trasformarsi prima di scendere in pista, stavolta anche un navigato come lui, perfino uno del suo calibro, non ha potuto che impressionarsi del calore che la gente gli ha tributato. Tutti, ma proprio tutti, hanno fatto in modo che anche la scorza dura di un pilota, ma nella fattispecie di “Camomillo”, si rompesse, andasse in frantumi, come un cristallo. Emozionante è stato proprio il frangente in cui, al momento della parata, lo stadio di Jerez si è sollevato sulle proprie gambe, si è prodotto in un coro, in un applauso che sapeva di coreografia da finale mondiale. È incredibile pensare come a trentasette anni e dopo una vita lottata sul filo tra cadere e trionfare, Pedrosa, supereroe con la maschera del duro, sia capace di rimanere stregato da cotanto affetto, quasi da innaffiare di lacrime quel giorno di aprile.
Dani è stato il vero eroe del fine settimana, accolto come se fosse un re, con lo stesso clamore che domina le grandi occasioni. Ma la sua non è stata semplice sfilata nella passerella dello stadio andaluso. È stato semplicemente straordinario, come un mago ha tirato fuori il coniglio dal cappello, mostrandosi ancora fresco come una rosa, vispo e reattivo ai cambiamenti. In ogni sessione, in qualifica, ma più di tutto in gara, è stato autore di una performance da brividi, tanto da mettersi alle spalle gente titolata, navigata. La stanchezza di Dani a fine corsa, esterrefatto e spremuto come un limone, che non ha risparmiato nulla della sua polpa, è una stanchezza felice, compiaciuta, allegra, serena. È il sorriso maturo di uno che è lì a ricordarci che le imprese non sono impossibili, che sebbene non corra nel Mondiale da cinque anni e oggi faccia il collaudatore (che significa comunque avere un malloppo di roba gigante da provare), si può sempre riuscire a compiere grandi avventure, esibirsi sul precipizio del limite, senza oltrepassarlo. La sua gara, anzi due, è lì a ricordarci che il suo lavoro, sebbene nell’ombra, alla larga dalle luci della ribalta, l’ha fatto e lo sta continuando a svolgere alla stragrande. Perché se la KTM di oggi si presenta come una creatura meccanica così veloce, versatile, poco scorbutica, duttile, facile da maneggiare, è perché anche Dani ci ha lavorato sopra per tantissimo tempo, raccogliendo i frutti della fatica proprio in questi tempi. E questo è un plauso enorme che va fatto a Pedrosa, che ci dimostra che i grandi traguardi si possono raggiungere anche se si rimane più defilati di altri, e non appariscenti, fluorescenti, come molti altri, che magari si bruciano prima del tempo. Insomma, è stata anche una grande lezione di vita. E lui, che il suo soprannome richiama la cultura giapponese, la terra per eccellenza dei pensatori e dei saggi, non poteva avere soprannome migliore. Se non quello di piccolo (ma potente) samurai.
Quello che ha costruito Dani nel corso del weekend è stato semplicemente straordinario. Ha riportato alla mente le grandi gare del passato, rammentando nei nostalgici le imprese omeriche del passato che lo hanno visto protagonista, ha sgrassato quella patina di polvere inevitabilmente posatasi sui nostri ricordi, ci ha fatto scendere una lacrima per quelli che ancora non si capacitano del suo addio, ma più di tutto ha riportato a sognare una nazione intera, che nella propria terra ha dimostrato un’altra volta che si nasce talentuosi, non ci si diventa.

È straordinaria la lezione di Pedrosa, per il sudore versato, la fatica intrapresa, gli sforzi di uno che a trentasette anni è capace ancora di certe acrobazie, di traiettorie mirabolanti, di prestazioni sontuose a velocità inaudite, spesso meglio di chi corre in pianta stabile nel Mondiale. Questo significa che Pedrosa continua ad allenarsi al ritmo dei migliori del mondo, che guida con la cattiveria giusta, quella che serve per marcare il territorio. Sebbene gli anni passino a ritmo infernale e i ricordi si arrugginiscano sempre di più, Pedrosa rimane uno dei più amati. La sua apparizione (speriamo non saltuaria, ma piuttosto che sia l’inizio di una serie) è lì a dimostrarci che Pedrosa è e rimarrà per sempre un pilota di altissimo livello, che, seppur a distanza di anni, è capace di tenere testa e combattere con moto ipertecnologiche che richiedono un fisico bestiale e con ragazzini di quasi la metà dei suoi anni. Ci dimostra anche che se non ha vinto in carriera ciò che avrebbe meritato di raggiungere è solamente per un destino testardo, subdolo, ingiusto, non per altro. Perché è la gara di oggi ce lo testimonia come un vangelo. Perché comunque la vogliamo girare, Pedrosa tra i più grandi della storia c’è sempre. Insieme, come una formazione sacra, a Rossi, Lorenzo e Stoner, a comporre la schedina dei “fantastici quattro”. Ci dimostra che il talento non ha paura dei cavalli, che l’intelligenza sportiva è superiore anche alla ruggine delle articolazioni e che quando ti sei fatto amare tanto quell’amore non finisce insieme a una carriera, ma, anzi, si amplifica e si fa più potente.
Se all’impresa epica di Pedrosa ci aggiungiamo, per romanticismo, l’abbraccio e la stretta di mano, la pacca sulla spalla e il saluto cordiale con Valentino Rossi prima della Sprint, allora abbiamo davvero chiuso il cerchio delle emozioni. Loro, così diversi e così simili, in realtà riescono ancora a prendersi la scena, a dominare la MotoGP, a rapire le telecamere, i tifosi, il mondo. Così, in un’unico scatto, in un solo flash due tra i migliori piloti di sempre. Uno, Valentino, in borghese, vestito in maglietta bianca, pantaloncini corti e sneakers, che incrocia il destino con l’altro, Pedrosa, il rivale di una vita, con la tuta arancione addosso, casco, guanti, stivali, pronto per la lotta gladiatoria, un po’ come ai vecchi tempi, sebbene l’istantanea sia fresca e nitida nella mente. Come un un sogno. Un gesto leale, umile, che, per antitesi, riporta alle lotte in pista tra il 46 e il 26, ad incendiare gli animi del sentimento. Così, invece, le diversità si annullano, vengono spazzate via dal vento che soffia sull’Andalusia e le radici della durezza eradicate dal talento e dalla passione.
Valentino, estroverso e da bagarre. Dani, più schivo, più a suo agio nella fuga solitaria. Entrambi autoironici, entrambi bambini appena si parla di motori. Pedrosa, come Rossi, adesso lavora nell’ombra. Pedrosa e Rossi, anche oggi, dominano in top class. Valentino si gode Bezzecchi, Marini, Bagnaia e Morbidelli; sfrutta ogni secondo a disposizione per dispensare consigli ai “suoi ragazzi”, sempre più protagonisti. Dani è felice per Jack Miller e Brad Binder; gratificato nel vedere la KTM – una sua creatura – che continua a crescere grazie alle sue silenti indicazioni. Restano dietro le quinte, Rossi e Pedrosa, ma nei rari attimi in cui escono allo scoperto – concedendosi al mondo – si prendono tutto. Applausi, lacrime, ascolti, share, cuoricini, “mi piace”. Se poi, sul palco della MotoGP, ci salgono assieme – beh – spegnete tutto. Una lacrimuccia vi annebbierà la vista.
Dani non è cambiato per niente e non cambierà per nulla al mondo. Il piccolo samurai rimane sempre una persona carina, leale, onesta, umile, un ‘duro’ in pista e un tenerone fuori, che si fa voler bene da tutti, sradicando le radici dell’odio e del tifo scellerato. È ancora quel pilota che guida con un’eleganza, una raffinatezza, una compostezza da far invidia a chiunque, che accarezza la moto, che le sussurra, che la capovolge con la delicatezza di un étoile. È ancora quel ragazzino capace di insegnare ai bambini come si guida una moto a trecento all’ora con quasi trecento cavalli di potenza. È ancora quel pilota di cui tutti i più giovani vorrebbero averne il poster in cameretta. È come se certe cose non cambiassero mai. È come se certe imprese rimanessero tatuate per sempre negli occhi di chi guarda, nelle orecchie di chi ascolta, nella mente di chi concepisce le corse come un meraviglioso romanzo di epica sportiva. È come se fosse stata raccontata una meravigliosa storia di sport, di rivalità prima e di pace poi, a suggellare una delle più belle cartoline che potessimo consegnare ai bambini che vengono magnetizzati dal frastuono poetico della velocità.
L’unica certezza che conserviamo, quella più limpida, stretta nel cuore, è che se è vero che la MotoGP cambia continuamente, offrendoci ogni anno emozioni diverse, nuove gare, nuove sfide, nuovi campioni da raccontare, i veri fenomeni, quelli con il talento da vendere rimarranno tali per l’eternità. Sotto il sole dell’Andalusia Dani Pedrosa ha firmato non solo un messaggio di sport, ma anche una lezione di vita. Ci ha insegnato che si può essere amati e gratificati anche se non si hanno in bacheca i trofei che ha vinto Valentino Rossi, ma soprattutto, che si può rimanere fenomeni per sempre, marcando il territorio di un segno indelebile, che rimane a vita.
