Alle 14.17 del primo maggio ‘94, Ayrton Senna transitò per l’ultima volta sul traguardo del circuito di Imola, terza gara del Mondiale di Formula 1. Passò da primo, col piede interamente schiacciato sull’acceleratore e con 5 decimi di vantaggio su Schumacher, l’astro nascente dell’automobilismo. Terminava lì il sesto giro del Gran Premio di San Marino e iniziava il settimo, quello che Senna non avrebbe mai concluso. Il ricordo-tributo di un uomo diventato subito mito.

“Non esiste una curva dove non si possa sorpassare”
(Ayrton Senna)
Il ragazzo di San Paolo era arrivato su quel lungo rettilineo romagnolo dopo 34 anni di vita vissuta a tutta velocità. Era il più grande, straordinario e meraviglioso pilota che la Formula 1 avesse avuto. Più del mito Fangio, sudamericano come lui, e di Villeneuve, che aveva acceso il cuore ferrarista. Ma anche più del campione in carica Alain Prost, ritiratosi dalle corse dopo la rivalità con Magic, come era chiamato Senna. Ayrton era più di tutto e di tutti. Più intraprendente alla guida, più coraggioso nei sorpassi, più impenetrabile e al dunque affascinante nella vita privata. Lo circondava un amore immenso e senza confini geografici, una fede che si sarebbe manifestata ancora più forte dopo questo primo maggio.
Col nome preso dalla madre, per sostituire l’iniziale Da Silva del padre, Senna sfrecciò al comando del Gran Premio di Imola in una domenica di festa, alla ricerca della prima vittoria dopo un inizio di stagione senza punti. Il brasiliano raggiunse i 300 chilometri orari mentre le lancette dell’orologio indicavano le 14.17 e cento milioni di persone erano ferme davanti alla tv a guardare soprattutto lui. Ayrton chiuse l’ultimo giro della vita e impostò, girando a sinistra, la lunga curva del Tamburello, la prima dopo il rettilineo. Sentì che il volante non rispondeva ai comandi, che non controllava lui il gioco come era successo sino ad allora. Ne seguì un urto devastante contro il muretto di recinzione. Erano passati 11 secondi dal passaggio sull’arrivo. Sarebbero passate altre quattro, interminabili ore prima di sentire dai medici ciò che nessuno avrebbe mai voluto ascoltare.
Il primo maggio ‘94, quando percorre l’ultimo giro a Imola, Senna è il Re indiscusso dei motori. In questo circuito ha vinto tre volte e un’altra, nel 1985, ha perso perché è finita la benzina a pochi giri dall’arrivo. È già una leggenda dello sport mondiale, è l’uomo più veloce del pianeta. Lo è stato sin da quando ha iniziato a gareggiare.
PREDESTINATO
“Correre, competere, è nel mio sangue, fa parte della mia vita”
(Ayrton Senna)

Nato in una famiglia agiata di San Paolo, in Brasile, e cresciuto nel quartiere Santana, Senna mostra subito doti speciali, le classiche doti da prodigio, da predestinato, per le corse, nella fattispecie. Ayrton significa “stella del deserto” -come rivela l’etimologia del suo nome- una luce in un mare di vuoto e oscurità. Un nome perfetto, calzante per la sua personalità solare, distesa, buffa, ma anche dura, schietta, un po’ mistica, un pò solitaria, unica nel suo genere.
Senna mostra subito doti speciali, le classiche doti da prodigio, da predestinato, per le corse, nella fattispecie. Ayrton a scuola andava bene, mostrandosi duttile e malleabile anche negli studi. Da ragazzo finì le scuole superiori con ottimi voti, soprattutto in materie come matematica e fisica, non solo stando attento ma anche impegnandosi il più possibile a casa. Faceva i compiti, sempre, studiava, non poco, e lo faceva per migliorarsi, per perfezionarsi, per battere chiunque. Ma più di tutto amava le corse, la velocità, tanto da testimoniarlo in una dichiarazione, rivelando di “non essere una macchina, non essere imbattibile; semplicemente l’automobilismo fa parte di lui, del suo corpo, della sua esistenza. Quattro ruote, un sedile, un volante. È questa la sua vita sin dalla più tenera età”.
Il battesimo, nei go-kart, a quattro anni, quando il padre gliene regalò uno, e questo bastò per infondere in Senna amore profondo per le corse, devozione per la velocità, passione mai abbandonata, cucita addosso fino all’ultimo respiro. Poi a tredici anni la prima vittoria in una gara ufficiale di go-kart, fino al ’77, quando si aggiudica il campionato Junior e nel ’78, quando partecipa al Mondiale Kart con la Parilla, azienda di Milano. La sua è un’ascesa rapida e imperiosa. Il Brasile, nazione in cui la popolarità dell’automobilismo è esplosa grazie a Fittipaldi, risulta stretto. Così nell’80 raggiunge in Inghilterra il connazionale Chico Serra, pilota di Formula 1, e abita a Norwich. In tre anni vinse cinque campionati. Tutto lasciava presagire per un futuro brillante. Non lo scoraggiano né il freddo né la lontananza dal Brasile. Vuole correre e vincere, prendendosi un rischio in più degli altri. Confesserà anni dopo: “Purtroppo noi piloti non pensiamo al pericolo: sappiamo che c’è, ma lo vediamo sempre lontano”. Corre in Formula Ford 1600 e in Formula Ford 2000, prima di iscriversi al campionato britannico di Formula 3. Su 20 gare ottiene 12 vittorie, con 15 pole position. È anche l’annata in cui abbandona il cognome Da Silva, banale per il ruolo da star che lo aspetta, e adotta quello della madre Neide, di origini napoletane. Sempre nell’83 esegue i primi test di Formula 1. Lo invitano McLaren e Williams, ma il più deciso appare Bernie Ecclestone, il capo di Brabham che sta rendendo ricca, ricchissima la giostra della Formula 1. Lo vorrebbe per sostituire Riccardo Patrese, invece Parmalat, sponsor della scuderia, propende per l’italiano Fabi. Ayrton si deve perciò accontentare della Toleman, con cui debutta in Formula 1 nell’84, nel Gran Premio in Brasile. Ha una grinta impressionante al volante, uno stile di guida impetuoso che esalta il pubblico, ma che genera numerosi nemici al paddock. Johnny Ceccotto, suo compagno nel primo anno alla Toleman, dirà: “Aggressività e sete di affermazione totale rappresentano due componenti che spiegano il campione”. Il bisogno di primeggiare si traduce nell’ossessione messa nel lavoro. È maniacale e instancabile nella cura di ogni dettaglio, trascorre intere giornate ai box pretendendo da ingegneri e meccanici costanti progressi alla vettura. La sera prima dei Gran Premi, compie l’ultimo sopralluogo in pista, camminando chilometri per studiare le curve e rosicchiare decimi o centesimi il giorno seguente.

MONTECARLO
“Pensi di avere un limite, così provi a toccare questo limite. Accade qualcosa. E immediatamente riesci a correre un po’ più forte, grazie al potere della tua mente, alla tua determinazione, al tuo istinto e grazie all’esperienza. Puoi volare molto in alto”
(Ayrton Senna)

Avevamo capito chi era Senna quando a Montecarlo nell’’84, ancora quasi sconosciuto, con una macchina scarsa sotto il diluvio, andava molto più forte di tutti. Guidato da una feroce determinazione, Ayrton risale la corrente dal tredicesimo posto in cui si era qualificato fino al secondo, quando dà la caccia al primatista Prost. Proprio in mezzo agli spruzzi d’acqua compare agli occhi del mondo il talento del futuro, il fenomeno che avrebbe incendiato i cuori dei tifosi di tutto il mondo.
Non si era mai visto un carneade -illustre sconosciuto- rivoluzionare così rapidamente le gerarchie, entrare a gamba tesa nella piramide automobilistica, di fatto scardinandone i principi. È tenace, talentuoso, spavaldo. Con la piccola Toleman, si piazza secondo, ma sul podio il prodigio paulista è più arrabbiato che felice. La rimonta sul vincitore Prost è stata bloccata dal direttore di gara, cha ha stoppato la gara quando il sorpasso al francese era imminente. Nascono quel pomeriggio le ostilità per le istituzioni del Circus, considerate nemiche, e la rivalità con Alain Prost, il suo più grande avversario, destinata alla letteratura sportiva.
Un curioso episodio, un aneddoto: quando era ancora bambino, che lui stesso raccontò: “La mia prima gara di kart sotto il bagnato fu un completo disastro, non riuscii a fare niente se non continuare a girarmi. Dopodiché decisi di fare il necessario affinché ciò non succedesse più”. Dai racconti di sua madre apprendiamo che non appena si presentavano condizioni climatiche sfavorevoli, Ayrton si precipitava in pista e girava, e sotto pioggia e freddo lui incessantemente girava con il suo mezzo, finché non arrivò all’apice, fino a perfezionare una dote levigata nel tempo. Sul bagnato Ayrton si era allenato tantissimo sui go-kart. Quando pioveva e gli altri ragazzi stavano al calduccio, lui sfidava il raffreddore e andava in pista per imparare a guidare sull’acqua. In pratica faceva i compiti, sempre, anche da grande, studiava tutto ma proprio tutto per essere il migliore. Divenne capace di dominare ogni mezzo che guidava nelle peggiori condizioni immaginabili, guadagnandosi l’appellativo di “Magic”.
Proprio a Montecarlo Senna detiene il record tuttora imbattuto di 6 vittorie di cui 5 consecutive. “Magic” ha un rapporto speciale con il circuito cittadino monegasco tanto da venire soprannominato nel ’91 “Re di Monaco”. Oltre all’’84, nell’’88, a Montecarlo, Senna sfodera un giro spaventoso, rimasto memorabile per la vita di molti e nell’immaginario collettivo, tanto che proprio il brasiliano lo definisce così: “Ho capito di essere entrato in una dimensione che era ben oltre la mia comprensione cosciente. Nel 1988 a Monaco durante le prove avevamo le gomme da gara non quelle da qualifica, cosi la pressione degli pneumatici durava giro dopo giro. Non solo un giro. Ero arrivato ad un punto dove ero due secondi al giro più veloce del mio compagno di squadra che stava usando la stessa macchina e lo stesso motore. Ma improvvisamente mi resi conto che stavo andando troppo veloce. Che non c’era più margine per l’errore. Quando ho sentito questa cosa dentro di me, ho alzato il piede. Ad un certo punto il circuito non era più il circuito ma solo un tunnel. Ho detto a me stesso: oggi è un giorno speciale. Non uscire più in pista. Sei vulnerabile!”. Ayrton era comunque consapevole dei rischi che correva, seppur Prost, nella infinita diatriba tra i due rivali, riteneva che “Senna si crede immortale perché crede in Dio”. La paura gli era necessaria per andare sempre più veloce; considerava le corse come una metafora della vita analizzando il proprio stile di guida per lavorare sul proprio io.
Come il resto del mondo, pure gli appassionati italiani hanno capito di trovarsi davanti a qualcosa di unico e di formidabile, un diamante spuntato all’improvviso. A Imola, nel 1984, Ayrton non riesce a qualificarsi. Sarà l’unica volta in 10 anni di Formula 1, sebbene tutti restino colpiti dalle sue qualità. Nell’85 Magic si rifà con gli interessi, conquistando la prima delle otto pole position messe insieme sul circuito imolese. Da pochi mesi e fino all’’87 guida la Lotus 97T, e la settimana prima, sempre con la pioggia, ha conquistato all’Estoril, in Portogallo, il primo dei 41 successi in carriera. Con la Lotus nera e gialla, il brasiliano conquista 7 pole in 16 Gran Premi e sale sul gradino più alto a Spa, in Belgio, in quella pista che è considerato l’esame di laurea.

L’anno dopo arrivano altre 8 pole position, perché sul giro secco nessuno ne tiene il passo, e Senna si impone a Jerez de la Frontera e a Detroit. Al terzo anno di Lotus, si classifica primo sempre a Montecarlo, dove trionferà sei volte, e di nuovo a Detroit. Il giovane brasiliano batte chiunque, ma alla distanza Williams e McLaren hanno più cavalli. Nell’’87, al Gran Premio d’Italia a Monza, Ayrton annuncia felice di aver firmato con McLaren per l’anno successivo. Alla guida della MP4/4, macchina imbattibile, conquista 6 delle prime 7 gare, tuttavia il compagno Prost -che soffre la concorrenza interna- replica e si arriva alla prova decisiva di Suzuka. Partito male, con la macchina ferma al via, Senna è quattordicesimo prima di iniziare la straordinaria rimonta che gli permette di superare il compagno di squadra, vincendo così la gara e aggiudicandosi il primo titolo Mondiale. A 28 anni è campione del mondo.
ALAIN
“Sono drogato. Drogato di vittoria. In questo momento sono totalmente dipendente dal successo: corro, vinco e dunque vivo”
(Ayrton Senna)

Proprio con Alain Prost, Senna darà vita ad una delle rivalità più epiche della storia della Formula 1. Senna e Prost erano tutti e due velocissimi e tutti e due con un carattere molto speciale e difficile. Litigavano, si arrabbiavano, si prendevano volentieri, nessuno dei due voleva perdere, arrivare alle spalle dell’altro. Dicevano delle cose intelligenti e delle cose sciocche, a volte facevano anche delle manovre geniali o sciocche per danneggiarsi a vicenda. Fatto che contribuì inevitabilmente a rincarare la dose della sfida, consacrandola nell’immaginario collettivo come una delle più grandi nemesi sportive della storia.
Già protagonisti nell’’88 di una stagione di fuoco, il brasiliano e il francese, compagni di squadra in McLaren, sono in lotta per il campionato, dunque ai ferri corti, protagonisti di una rivalità acerrima e a volte anche poco leale. La guerra sportiva e psicologica è bastarda, ma elettrizzante per il pubblico. Sono gli anni in cui la F1 sprigiona emozioni infinite, a nastro. Siccome l’anno precedente, anche nell’’89 è il Giappone a decretare il campione. Senna è costretto dalla matematica a vincere, non ha vie d’uscita. Prost, acuto e cinico come pochi nella storia, lo spinge fuori pista, prima dell’ultima chicane, tutt’oggi luogo celeberrimo per gli appassionati. Mentre Alain si ritira, convinto della matematica certezza di aver messo in cassaforte il titolo, Ayrton, indomito, scuote le braccia verso i commissari, i quali fanno ripartire il brasiliano, che riesce nell’impresa di vincere la corsa. Si dovrebbe così decidere il titolo in Australia, sennonché risulta squalificato nel dopo gara per la spinta ricevuta, decretando così Prost è campione del mondo.

La reazione è veemente, le parole irripetibili. L’episodio portò un ulteriore deterioramento dei rapporti già compromessi tra i due compagni di squadra. Il presidente della Federazione, Jean-Marie Balestre, gli nega la superlicenza e servirà la diplomazia del team per rimettere Senna al volante. È un personaggio contro e scomodo, ama il motorsport ma non la politica che vi sta dietro, con le regole ingessate e interessi economici evidenti.
Ma la giustizia gli è resa dalla sua gigantesca classe. Nel ‘90, ancora a Suzuka, Senna si vendica di Prost, servendogli sul tavolo la ricetta dell’odio, buttandolo fuori alla prima curva di Suzuka, laureandosi così campione del mondo per la seconda volta. Dichiarò: “Ero stato già molte volte preso in giro dal sistema, così promisi a me stesso che avrei agito a modo mio. Non importa cosa sarebbe successo, avrei fatto le cose a modo mio”.Il francese, passato in Ferrari dopo le polemiche dell’anno precedente, finisce fuori gioco. Alla luce del precedente, la Federazione non può fare o dire nulla, sebbene ci vorrà un anno per ammettere di averlo fatto apposta.
Ayrton vince anche nel 1991, l’anno del terzo titolo mondiale, una stagione in cui espresse tutta la propria maturità e la propria ossessione per la perfezione. Sempre lo stesso anno, Ayrton venne soprannominato il “Re di Monaco“ per le sue 6 vittorie di cui 5 di fila. Nel GP del Brasile, la sua patria, davanti alla sua gente, Ayrton guidò con il cambio rotto: gli è rimasta solamente la sesta marcia e con quella ha battuto chiunque. Per Senna fu una fatica così incredibile che alla fine scoppiò in lacrime, via radio. È il momento migliore della carriera, l’apoteosi del fenomeno, il periodo più glorioso della sua carriera, sebbene durerà poco perché sta per cominciare il dominio Williams, che nel biennio successivo si imporrà con Mansell e Prost.

Sebbene la supremazia della scuderia inglese si rivelerà inavvicinabile per Senna, l’11 aprile del ’93, il giorno di Pasqua, nel GP d’Europa a Donington, Senna nel pieno di un diluvio universale registra una di quelle imprese destinate alla narrazione, all’epica sportiva. Insomma, da una lezione di guida a tutti. Sotto una pioggia incessante, che di fatto annullava le mostruose differenze tecniche tra le squadre e permetteva l’affermazione del talento puro del fenomeno brasiliano, Magic, scattato quinto, sorpassò in poche curve Michael Schumacher su Benetton, Karl Wendlinger sulla Sauber, e le due Williams di Damon Hill -unico non doppiato a fine gara dal brasiliano- e del battistrada Alain Prost, sfilandoli con classe cristallina. Alla fine del primo giro passò in testa sul traguardo e andò a vincere il Gran Premio dopo averlo dominato come solo lui sapeva fare. La stessa cosa successe ad Adelaide, in occasione dell’ultimo appuntamento della stagione.
Tra Senna e Prost non corre buon sangue, sebbene al termine di quella gara -che segnò di fatto l’ultima vittoria in Formula 1 di Ayrton- sul podio Senna fa salire accanto a sé il rivale di sempre, il francese, che dà l’addio all’automobilismo, lasciandogli in eredità la Williams. Proprio quella Williams per cui era felicissimo di aver firmato, ma che poi invece si rivelerà la sua condanna.
Poi, quando Prost si ritirò, disse che gli mancava Senna, Senna disse che gli mancava Prost. Quindi forse non erano così nemici, ma anche se Senna ha vinto tre mondiali e Prost quattro, Senna è rimasto il più amato.

DIO
“Ogni persona ha la sua fede, il suo modo di guardare alla vita. La maggior parte della gente rifiuta temi come questi. Per quanto mi riguarda l’importante e essere in pace con se stessi. Il modo per trovare questo equilibrio per me passa attraverso la fede in Dio”
(Ayrton Senna)
Nulla lo separò dall’amore verso Dio, entità soprannaturale che Ayrton portò sempre con sé, anche nelle circostanze più travagliate, persino nei momenti di scoramento. Dio per Senna era un amico, una persona fidata, più di un essere intangibile, gli parlava, una vera consistenza con cui dialogare, sempre. La fede, la sua forza, la sua grinta, la sua velocità, il suo coraggio, la sua bussola quando era disorientato, per trovare conforto, pace, serenità, una mano da tendere verso l’infinito. Una forza interiore misteriosa che in certi momenti di vita si impossessava del brasiliano permettendogli di compiere grandi imprese, una su tutte la vittoria stoica in Brasile nel 1991, quando trionfò davanti alla sua gente con una macchina con il cambio rotto. Disse di aver trovato in quel frangente una forza speciale, che gli permise di giungere primo al traguardo.
Ayrton seguiva un suo filo interiore. Sempre. Magnetico. Affascinante. Unico. E folle. Non c’era sdoppiamento tra pilota e uomo. La personalità era una. Complessa sino a diventare impenetrabile, salvo sui temi che lui gradiva, che lo trasformavano in un fiume in piena. Dio, per lui, era l’appoggio sicuro in un ambiente che a un certo punto aveva cominciato a vedere ostile, senza peraltro averne validi motivi. Ma Dio, in una dimensione più buddista che cristiana, era nella consequenzialità delle cose che gli accadevano intorno. Quindi Dio era la natura — concepita però in chiave esclusivamente brasiliana — che Senna avrebbe voluto proteggere una volta smesso di correre.
Della sua incrollabile religiosità non ne fece mai segreto, tanto che Senna fu il primo campione a portare la Bibbia nel frastuono dei motori; la teneva nella sua valigetta personale e prima di ogni partenza ne leggeva un passo, come se fosse una liturgia propedeutica alla gara, un mantra da ripetere ogni santa volta, una ritualità che lo aiutava a concentrarsi, entrando in filo diretto con Dio. In un’intervista, dichiarò di aver visto Dio accanto a lui, sullo schieramento di partenza del Gran Premio del Giappone nel 1988. Ma si arrabbiava quando qualcuno ironizzava sulla sua fede: diceva infatti di “non essere imbattibile per la sua fede in Dio, ma soltanto che Dio gli dà la forza e che la vita è un suo dono e siamo obbligati a mantenerlo con cura”.
Una volta il brasiliano rivelò che “la morte non gli fa paura con il mestiere che fa. Ma ogni volta che parla con Dio, che un giorno gliela la presenterà ufficialmente, lo prega di questo: se un giorno dovessi avere un incidente che mi dovesse costare la vita vorrei che fosse sul colpo. Non vorrei passare ore a soffrire in ospedale o passare il resto della vita in una sedia a rotelle. Io voglio vivere intensamente perché io sono una persona intensa”. Iddio lo ha accontentato.
Ebbene, nessuno e niente, neanche quel maledetto primo maggio di ventinove anni fa, lo ha separato dall’amore di Dio, come recita l’epitaffio sulla tomba del campione brasiliano: “Nada pode me separar do amor de Deus”. Perché ha lasciato un segno indelebile della sua presenza mistica in un mondo, come quello dei motori, dove di mistico c’è davvero poco.
BRASILE
“I ricchi non possono vivere su un’isola circondata da un oceano di povertà. Noi respiriamo tutti la stessa aria. Bisogna dare a tutti una possibilità”
(Ayrton Senna)

Il Brasile, casa sua, la sua culla, le sue origini, il verdeoro come colore che avvolge il mondo, che dipinge la velocità, che ne diventa l’essenza. La bandiera alla quale sarà più attaccato, un’anima che non scorderà mai, fino all’ultimo, di cui ne è stato uno dei portacolori più affascinanti. Proprio nel suo Brasile, tra le braccia della sua calorosissima gente, si sciolse in lacrime per aver vinto quel GP nel 1991 senza marce, portando a termine una delle imprese più stoiche, faticose e dispendiose della sua carriera. Proprio per la sua terra, per il suo popolo, Ayrton devolveva in beneficenza parte dei suoi guadagni per i bambini poveri delle favelas, dimostrando tutta la sua umanità, lealtà, umiltà e attaccamento alla terra natale, quella che per prima ne aveva illustrato le gesta, che ha visto germogliare i primi passi del ragazzo di San Paolo.
Lontano dalla luce abbagliante dei riflettori, ma dove c’è più riflesso nell’ombra, il fuoriclasse carioca -si scoprì solo pochi anni dopo la sua morte- iniziò quell’opera di bene per il suo territorio, teneva alla sua gente più di chiunque altro, e probabilmente sperava in un futuro migliore per un paese che era – ed è tuttora – molto povero, con ingenti problematiche socio-economiche, alle prese con una forte disparità in materia di diritti umani. Questo atto di profondo amore verso il suo Paese fu gratificante per milioni di brasiliani che ne dimostrarono l’affetto fino in fondo. Un simbolo di orgoglio, di felicità, di speranza che oggi vive ancora grazie alla fondazione che porta il suo nome fondata nel 1995 dalla sorella Viviane. L’ente -un’organizzazione privata non profit– permette a molti bambini brasiliani meno abbienti di godere di un’istruzione, di un posto dove vivere, di studiare e di sviluppare le loro abilità e talenti. La Fondazione è attiva in 11 differenti stati del Brasile con progetti per combattere la malnutrizione, corsi educativi, programmi di promozione sociale attraverso lo sport, programmi per il recupero dei criminali minorenni, di educazione e promozione sociale attraverso l’arte, programmi di assistenza sanitaria.
“La vita è troppo breve per avere dei nemici”, soleva filosofeggiare il campione brasiliano. E lui, davvero, ha raccolto solo amicizia e ammirazione, facendo diventare la sua iniziativa benefica una lezione di vita, un vero insegnamento pedagogico, di un’umanità raffinata, di una bontà che non trova nemici, appunto, che non si scontra con niente e nessuno.
Amato dai suoi connazionali, in patria riuscì ad essere accostato ad un altro mito brasiliano come Pelé. La sua fama non si affievoliva al di fuori dei confini geografici del proprio Paese, tanto da venire circondato di affetto e stima persino dagli italiani, sebbene Senna non abbia mai guidato per una Ferrari. Era l’unico caso in cui il pilota precedeva il colore della macchina. Fu discepolo per molte personalità, leggenda e idolo per molti piloti, uno su tutti Lewis Hamilton. Apprezzato ovunque andasse da molti appassionati del Circus della F1 e non è questo uno dei motivi per il quale molti anni dopo il suo ricordo è vivido nelle menti di moltissime persone in tutto il globo.
BUIO
Il ritiro di Alain Prost dalle corse libera un sedile alla Williams, team che allora rappresentava il punto di riferimento della categoria e che Ayrton aveva nel mirino da alcuni anni per tornare a vincere. Ma l’arrivo nel team anglo-francese sarà traumatico per il brasiliano: l’estate ha segnato il cambio di regolamento: niente più sospensioni intelligenti e rifornimenti in corsa, con serbatoi leggeri. Tradotto: le velocità decollano, con Gran Premi simili a qualifiche, e la stabilità dei veicoli cala. Soprattutto nel caso della Williams, che aveva nelle sospensioni attive e nel controllo di trazione, anch’esso scomparso, un punto di forza. Di fatto la Williams non è più una la monoposto docile e velocissima del ’93; diventa piuttosto una monoposto scorbutica, imprevedibile nelle reazioni, difficile da portare al limite, tant’è che il brasiliano non riesce ad esprimersi come vorrebbe.
Qualcosa non va fin dall’inizio sulla FW16 di Ayrton; ora la macchina è inguidabile, gli è fatta troppo su misura, tanto che “non potrà permettersi di mangiare neanche un panino”; confesserà. Nelle prime due gare, in Brasile e in Giappone, Senna è finito fuori, è dunque a zero punti. Sbarcato in Italia, annuncia che il suo Mondiale comincerà ad Imola. Invece, a Imola, finirà. Per sempre.
Imola è un Gran Premio speciale, un posto bellissimo e romantico, adagiato nel parco romagnolo sulle rive del fiume Santerno. La prima edizione si è disputata nel 1981 e l’ha vinta un altro brasiliano, Nelson Piquet, che ama poco Senna, sul cui conto getta maldicenze. Ayrton a Imola ha vinto tre volte, nell’88, nell’89 e nel ’91, ma per lui è un circuito che va oltre i successi e i punti in classifica.

È un luogo fidato, frequentato e popolato da quella che considera la famiglia italiana. Questa è la casa di Giancarlo Minardi, che da Faenza ha la forza di tenere insieme un team in Formula 1, ed è fra gli amici cari del brasiliano. Imola è soprattutto la casa di Autosprint, prestigioso settimanale che nasce a pochi chilometri di distanza da qui, nella zona industriale di San Lazzaro di Savena, alle porte di Bologna. Da questo angolo di Emilia, dove le cose sono cambiate, sono arrivate in tutto il mondo le prime interviste e le foto esclusive scattate al campione brasiliano, che vorrebbe addirittura comprarsi il giornale per quanto lo ama. Vi tiene una rubrica in cui espone, ogni sette giorni, le sue opinioni.
Ma Imola è soprattutto espressione di Enzo Ferrari, che ha accompagnato il parto dell’autodromo, e che ne porta il nome assieme al figlio Dino. I tifosi a Imola sono da sempre tutti per le Rosse, sono però pronti a fare un’eccezione se c’è di mezzo Ayrton, unico caso in cui il pilota precede il colore dell’auto. Il tentativo di portare Senna a Maranello è stato d’altro canto tangibile, reiterato e molto prossimo nel ‘90, quando Cesare Fiorio è giunto a un accordo, lui dice addirittura siglato. Prima di andarsene nell’88, il vecchio Drake ha incontrato a Maranello il pilota e gli è piaciuto moltissimo. Probabilmente ha rivisto nello sguardo l’audacia e il carisma che aveva incrociato anni prima negli occhi di Gilles Villeneuve. La Formula 1 è brivido e pochi lo sanno produrre.
Senna conosce tutto della pista di Imola, vi corre come se fosse in salotto. Sa che quest’anno deve vincere per rientrare in corsa con Michael Schumacher, che nel frattempo si è aggiudicato le prime due gare del Mondiale con la Benetton, capitanata da Flavio Briatore, che ha messo a segno un colpo da maestro: i motori Renault per la stagione successiva. Sono i propulsori più ambiti.
A Imola, lo si scoprirà a tragedia avvenuta, Senna è già stato qualche settimana prima dell’inizio del Mondiale per valutare asfalto e percorso. C’è un tratto particolarmente delicato, rappresentato dalla curva del Tamburello, su cui si concentrano le attenzioni. Senna ha fatto un sopralluogo nell’esatto punto in cui morirà. Quella non è una curva, nel senso che per la velocità con cui viene affrontata è pari a un secondo rettilineo. Oggi una chicane spezza la linea di un tempo, ma allora la si affrontava con il piede schiacciato sull’acceleratore ad oltre 300 km/h.
In realtà c’è una strana atmosfera a dominare sull’intera Formula 1 e sul weekend in svolgimento, che si rivelerà tragico sin dalle prime battute. Il venerdì, durante le prime prove, il giovane Rubens Barrichello su Jordan è uscito fuori pista alla “Variante bassa”, dando vita a un incidente spaventoso, con la macchina frantumata, ma miracolosamente senza conseguenze per il pilota, il quale esce quasi completamente illeso. Senna è andato sul posto per valutare di persona l’accaduto. Anche se cerca di ridimensionare, è rimasto impressionato, come attesta la tensione sul viso.
Come ogni brasiliano, Barrichello ha in Ayrton l’idolo assoluto. È il riferimento per tutti ai box. Lo è altrettanto per il poco noto Roland Ratzenberger, 31 anni e un passato nelle gare di lunga durata e nella Formula 3 inglese. Si è trovato gli sponsor per correre 6 Gran Premi e in Giappone, dove si è costruito una discreta fama nelle gare Endurance, ha ottenuto l’undicesimo posto nella gara precedente. Il primo dovere per chi corre con team minori è di qualificarsi in griglia, sfida mai banale. La prima vera tragedia si consuma il sabato, durante la sessione di qualifiche, quando dalla Simtek-Ford dell’austriaco si staccò l’ala anteriore mentre stava percorrendo la curva intitolata a Gilles Villeneuve. La mancanza di direzionalità derivata dalla rottura del muso causarono l’impossibilità di sterzare e l’inevitabile e fortissimo impatto contro il muro ad una velocità di 315 km/h, e la vettura che finì per arrestarsi alla “Tosa”, la curva successiva. Ronald muore più tardi, ma gli occhi di Senna sono raggelati.
Se l’incidente di Barrichello ha turbato Senna, Ratzenberger lo ha sconvolto. L’uomo non guarda al peso del nome, giudica gli episodi e vede gli incidenti in aumento, chiedendo un incontro con gli altri piloti per la domenica mattina. È preoccupato, visibilmente preoccupato. Ma Senna fa di più: vuole omaggiare, da leader del Circus, il collega scomparso e vuole ricordarlo, in caso di vittoria, con un tributo speciale. Chiama il suo manager e gli dice: “Julian, procurami una bandiera austriaca”. Rispose: “A quest’ora? Dove la trovo?”. “Non lo so e non mi importa. Voglio rendere omaggio a Roland. Domani vincerò questa corsa se Dio vorrà”. Prepara quindi una bandiera austriaca, la porta con sé prima della partenza e infine si rivolge ad Angelo Orsi, fotografo di Autosprint e grande amico del brasiliano. Lo caricherà a fine gara alla curva Tosa. Andranno insieme all’arrivo, con due bandiere in primo piano da immortalare. Poi si dirige verso la griglia, infilò la bandiera nel suo abitacolo e salì in macchina. Quella però è l’unica foto che Orsi non è riuscito a scattare nella sua carriera. La bandiera austriaca sarà poi trovata intrisa di sangue nella macchina di Ayrton.

Nonostante tutto, si decise di proseguire anche la domenica per il GP. Il naturale sconvolgimento di Senna spinse Sid Watkins, medico ufficiale della F1 a parlargli. “Ascoltami Ayrton, tu hai già vinto tre titoli mondiali, sei l’uomo più veloce del mondo. Perché non ti ritiri? Io faccio lo stesso ed andiamo a pescare insieme”. Ma la risposta del pilota fu negativa. Si ritirò nel suo motorhome lasciando un foglio attaccato alla porta che recitante: “Strictly no admittance”, l’equivalente di “accesso limitato”. La sera nessuno fece pressioni su di lui affinché corresse. Frank Williams lasciò a lui la decisione di presentarsi o meno in griglia il giorno seguente perché dopotutto a correre, ad essere dietro il volante, sarebbe stato Ayrton.
La sera del 30 aprile ’94 che precede il Gran Premio è carica di troppi presagi negativi. Fu una lunga notte piena di pensieri e riflessioni. Il brasiliano era assorto nei suoi pensieri; pensava ad Adriane, la sua ragazza, e al GP che si sarebbe corso il giorno dopo. Senna cena come d’abitudine alla Trattoria Romagnola, che si trova a Castel San Pietro, altro paesino non troppo distante dalla piccola e quieta Imola. A tavola mangia sempre pasta, a volte come primo e secondo, una portata dietro l’altra, in particolare spaghetti olio e formaggio. Nei giorni di gara preferisce il box Minardi a quello della McLaren per questo: ama mangiare, parlare e divertirsi in italiano. Terminati i saluti, Senna va a dormire nell’albergo Castello. Dato che gli piace conservare le abitudini, con rituali che lo aiutano a sentirsi meno solo e che sanno di piccola scaramanzia, occupa la suite 200, ultimo piano di questo hotel familiare e confortevole. L’albergo è ancora al suo posto, a vigilare su quello che resta di uno degli ultimi ricordi in vita di Ayrton, con una suite che è divenuta intanto memoria collettiva e racconto.
All’hotel Castello incontra anche una giovane coppia che si è appena sposata e che è incredula di stringere la mano al fuoriclasse. Sono le ultime immagini, in borghese, di Ayrton, le estreme tracce che conserviamo di lui. Il pensiero è probabilmente rivolto alla gara del giorno dopo, assieme a tutto ciò che di tremendo è accaduto nel corso del weekend. Ha una tristezza profonda, ma non è rassegnazione. Mentre Ayrton cerca di dormire, i meccanici della Williams continuano a lavorare per sistemare il piantone del volante. La seconda chance data a Senna per salvarsi si sta spegnendo in queste ore nel paddock, nelle mani dei tecnici Fisher e Young, nomi inglesi come la scuderia di cui fanno parte: la Williams.
Sebbene il sabato si fosse rivelato drammatico, su cui si gettarono penombre, e la scarsa fiducia con la macchina, Senna ha comunque ottenuto il miglior tempo, che gli vale la pole position per la gara di domenica. Quando Senna è pronto a scattare davanti a tutti nel Gran Premio di Imola, la sua macchina è una saponetta e viaggia con un volante compromesso, oggettivamente malconcio.
Senna non è solamente un pilota di Formula 1. È un personaggio, uno da copertina. Lui però le ama poco. La sua vita è riservata e contrassegnata dalla fede in Dio. È membro della Chiesa Evangelica dove l’ha introdotto un preparatore atletico. Questa vocazione spirituale genera ironia tra i colleghi, che però devono arrendersi alla sua superiorità e abbassano la voce. Poi ci sono gli amici. Su tutti c’è Gherard Berger, che ha portato in McLaren qualche anno prima. Passano ore e ore nel paddock, dividono pranzi e affetto. L’amore lo riserva alla famiglia di origine; ai genitori, alla sorella Viviane, che creerà la fondazione Senna alla sua morte, al fratello minore Leonardo, cui toccherà il compito di stargli al fianco nelle ultime ore. E alle donne della sua vita. Ayrton custodisce per sé le relazioni. C’è la prima moglie Lilian, con cui si è separato già nell’81, e l’ultima compagna Adriene, hostess conosciuta sul volo della Varig. C’è infine la relazione mai pubblicizzata con Carol Alt, una delle modelle più famose al mondo, con cui si incontra. Ma l’amore più grande resta l’automobilismo. Nulla lo procede.
Sin dall’alba di quella funerea domenica, il paddock della F1 è sotto shock, ancora scosso da quanto accaduto alla vigilia. Alle 13.30 di domenica 1 maggio 1994, Senna è pronto sulla pista di Imola, deciso ad aggiudicarsi la prima tappa europea del Mondiale. Nelle prove del venerdì, sabato e nel warm-up della domenica è stato il più veloce: 330 chilometri orari di punta massima. Accanto a lui, in prima fila, c’è Michael Schumacher, l’avversario del futuro. Senna non ha che da indossare casco e guanti. Però il volto è stranamente teso, nello sguardo si scorge un’indubbia malinconia. È stata la morte di Ratzenberger a turbarlo? È la sensazione che non tutto sia a posto nella sua automobile? Nessuno avrà più modo di chiederglielo e di scoprirlo.
Il rituale pre-gara è strano, insolito, come se Ayrton fosse già consapevole che qualcosa sarebbe successo. Le telecamere inquadrarono il brasiliano già seduto all’interno dell’abitacolo della monoposto. Non indossava il casco, cosa che pochissime altre volte aveva fatto sulla griglia di partenza ed ha uno sguardo perso, non concentrato come suo solito, fisso ed al contempo irrequieto. Racconterà poi la sorella Viviane: “Quella mattina Ayrton chiese a Dio di parlargli, aprì la Bibbia e lesse un passo in cui c’era scritto che quel giorno Dio gli avrebbe fatto il dono più grande di tutti, cioè Dio stesso”. Tutti i pianeti si erano allineati affinché si consumasse il dramma. Persino Dio, il suo amico più fidato lo avrebbe chiamato a sé.
Cinque, sei, sette telecamere lo riprendono mentre continua a toccarsi i capelli, lancia dei finti sorrisi e guarda nuovamente verso un punto sconosciuto, il casco giallo-verde posato di fronte a lui sul musetto della Williams sembra fissarlo severamente. È circondato da persone, eppure sembra così solo. Solitamente il suo volto, una volta a bordo della vettura, cambiava espressione ed assumeva un aspetto che gli conferiva una sorta di invulnerabilità, dai suoi occhi sprizzava un’energia unica. Ma quella domenica non fu così. Il viso corrucciato in una smorfia quasi di dolore mentre si allaccia le cinture lascia trasparire tutto ciò che è: l’Ayrton uomo che affronta l’ennesima sfida, ma non sembra conoscere il suo nemico. La morte di Imola l’aveva dentro da almeno due settimane prima. Ayrton era già oltre con la testa, in un’altra dimensione. Lontano da quello che più aveva amato, proiettato verso mondi che maggiormente si confacevano alla sua interiorità.

Il giro di ricognizione avviene con normalità, ma è la partenza ad accrescere il senso d’irrequietezza dell’intero weekend imolese. La Benetton di Lehto, in terza fila, non scatta al via, ferma immobile, mentre la Lotus di Pedro Lamy, partita in undicesima fila, arriva a tamponarla in modo violento. È un urto fortissimo, con detriti volati fuori in tribuna sino a ferire gli spettatori, uno dei quali in modo grave. Indispensabile l’ingresso della safety car al primo giro per pulire il rettilineo dai detriti.
Sperimentata soltanto l’anno precedente, la pace car, come ancora si chiama, è guidata a Imola da Max Angelelli, pilota delle 24 ore di Daytona. La vettura è un’Opel Vectra, troppo lenta per avere un’andatura utile a mantenere in temperatura gli pneumatici. Il rischio è che questi, sgonfiandosi, tolgano ulteriore tenuta alle monoposto. Per questo Senna affianca proprio Angelelli e preme per aumentare il ritmo. Forse non è una delle cause dell’incidente, ma è l’ennesimo fastidio per il pilota. Al sesto giro, quando l’Opel lascia la pista, finalmente può ripartire il Gran Premio di San Marino e il brasiliano scatta.
Alla ripartenza Senna accelera di colpo, stampa subito un giro veloce, lasciandosi alle spalle Schumacher, che lo insegue a mezzo secondo di distacco al termine del sesto giro, l’ultimo della vita di Ayrton. Quando passa accanto ai box, sotto la linea che fissa l’arrivo dopo i 58 giri previsti, Senna comincia il settimo giro, sa che deve giocarsi adesso tutte le carte. Sono gli ultimi frammenti della vita del pilota brasiliano, gli estremi scampoli di ciò che Ayrton avrebbe compiuto da vivo. Gli ultimi secondi, gli istanti finali. Sono le 14.17. In fondo al rettilineo compie la staccata e gira a sinistra, nel breve tratto che sta per portarlo alla curva del Tamburello. In un secondo e mezzo, si sta per chiudere la vita del campione brasiliano. Il pilota inizia il Tamburello a 320 chilometri all’ora, per poi decelerare di colpo – con una frenata disperata – che gli fa perdere 90 chilometri. Purtroppo ancora tanti, troppi, per scongiurare un impatto forte. Senna ha fatto tre cose in una: ha tolto il piede dal gas, ha scalato almeno due marce, ha tentato di raddrizzare l’auto aumentando l’angolo di impatto col muretto.
Quello sbalzo di velocità, sosterrà qualcuno, è la causa della morte, parlando di blocco dell’attività cerebrale causata da enorme decelerazione. In realtà, la prima ragione è il volante che non funziona e la seconda è un fato tremendo, che ha fatto sì che la sospensione, ancorata al telaio attraverso l’uniball, una sorta di sfera, si sia spezzata, diventando una specie di lama, e che sia finita dentro il casco di Senna. Quel braccetto della sospensione affilato si è andato a infilare tra visiera e casco.
Cinque centimetri sopra e Senna, spiegano i medici, sarebbe sceso con le proprie gambe dalla vettura. E invece si è infilato nel punto in cui non ci sono difese. Questo casco giallo, un tempo firma del campione e spauracchio nei rivali al solo vederlo nello specchietto retrovisore, è la prova più drammatica e documentale di come si sia spenta la vita di Ayrton. L’ultima speranza di salvarsi è svanita qui.
Passa un secondo, poi ne passano due, poi tre, ma Senna non si muove. É lì, con la testa adagiata sulla vettura, immobile, non dà segnali di vita. È sintomo di un sinistro presagio. Appare subito evidente la portata dell’incidente, che rimbalza sulle radio interne del circuito. In ogni postazione, sono posizionati un medico e un rianimatore. Al Tamburello, a 300 metri di distanza dal punto in cui Ratzenberger è morto il giorno prima, ci sono Giuseppe Pezzi e Federico Baccarini, che dopo 27 secondi prestano già i primi soccorsi al brasiliano, cercando di togliergli il casco. Meno di un minuto e li raggiunge Domenico Salcito, seduto a bordo della medical car accanto al medico della Federazione Sid Watkins. Salcito lavora all’Ospedale Maggiore di Bologna e segue da tempo l’assistenza medica a Imola, insieme col suo responsabile Piana. Sono stati loro, nell’89, a salvare la vita di Gerard Berger assieme agli uomini dell’antincedio Cea. È stato estratto dalle fiamme della Ferrari alla curva del Tamburello. Ayrton e Gerard, migliori amici nella vita, hanno avuto destini opposti nello stesso punto di Imola.
Salcito decide di fare atterrare l’elicottero di Bologna Soccorso sulla pista. È un’infrazione al regolamento, che prevede un passaggio dal centro medico del circuito, la situazione è però troppo grave per perdere tempo. Al Tamburello è arrivato anche il fotografo Angelo Orsi, che si è ritrovato in quel punto per caso. Le foto che scatterà in quel pomeriggio, col volto offeso dell’amico Ayrton, non verranno mai pubblicate da Autosprint. Non serve aggiungere orrore alla realtà dei fatti. L’eliporto dell’ospedale Maggiore di Bologna accoglie gli ultimi scampoli della vita del campione. Sono serviti appena 11 minuti per trasportarlo da Imola a qui, in una corsa ormai frenetica contro il tempo, un tempo che non appartiene purtroppo alle gare di automobilismo.
Il professor Watkins disse che dopo averlo tirato fuori dall’abitacolo e cercando di fare tutto il possibile il suo corpo emise un respiro, l’ultimo, dopodiché si rilassò. Jeremy Clarkson, noto conduttore di Top Gear, disse che il disperato volo in elicottero verso l’ospedale fu la trasfigurazione dell’anima del pilota che se ne volava via per sempre; effettivamente dalle immagini traspare un qualcosa di surreale che sembra dar ragione a tali parole.

Il Gran Premio è intanto ripartito, cosa che provoca polemiche nei giorni seguenti. Dopo una nuova partenza, l’ha vinto Schumacher. Nel proseguio, una ruota di Alboreto – anche lui troppo presto reclamato dagli Dei – si è staccata ai box e si è rischiato il dramma. È una domenica infinita, terribile, maledetta, diventata incubo per tutti. Alle 18.40, dopo la terza crisi cardiaca consecutiva, all’ospedale Maggiore di Bologna si ferma il battito del più grande pilota della storia. Fuori ci sono centinaia di persone che piangono, mentre milioni sono increduli davanti ai tg della sera.
L’ultimo pilota a morire in gara era stato Riccardo Paletti, in Canada, nel 1982. Erano trascorsi dodici anni. Elio De Angelis se n’era andato invece sulla sua Brabham nel 1986, ma nel corso di alcuni test al Paul Ricard. Servirà l’incidente mortale di Imola ’94 a far decidere alla FIA che fosse ora di cambiare marcia, di svecchiare alcune regole, di rendere la F1 più sicura.
Proprio da quel weekend l’automobilismo volterà pagina. Un pezzo di essa se n’è andata col brasiliano, diranno in molti. I fatti comunque diranno, negli anni successivi, che per vent’anni non ci saranno più morti in pista, almeno fino al tragico incidente di Jules Bianchi a Suzuka. In un attimo le corse tornarono a mostrare il loro lato più duro, quello che si pensava fosse andato perduto. Ancora una volta la massima serie perde un suo protagonista e torna ad incutere rispetto e paura. Forse però in quegli istanti abbiamo capito quanto questo sport sia pericoloso, e che talvolta non lasci proprio scampo. Forse è anche questo il testamento di Ayrton Senna. Oltre alle sue maiuscole prestazioni in pista e sul bagnato, ci ha consegnato, ad un prezzo altissimo, un livello di sicurezza mai così alto in uno sport dove il pericolo è una precondizione in larga parte accettata da chi decide di prendervi parte. Ci siamo resi conto che quella cosa lì, la morte, in un circo per divertimenti, per quanto dura da accettare non si può eliminare completamente. Di certo però si può sempre intervenire per ridurre le probabilità che accadano certe cose.
Si apre un processo mediatico frettoloso e superficiale, soprattutto da chi la Formula 1 non l’ha mai seguita. Schumacher si fa promotore di un cambiamento radicale della macchina, dei circuiti e delle regole, ma dice: “Inutile che ci dicano di fare presto. Non si può. Bisogna cambiare molte cose, ma ci vuole tempo perché questo accada”. Oggi, possiamo dire che grazie anche a quanto accaduto a Imola, purtroppo, la Formula 1 è decisamente più sicura di un tempo.
Chissà come sarebbe andata, chissà come sarebbe adesso se fosse ancora qui. Ma la realtà è un’altra e dobbiamo affrontarla non con dolore ma con il ricordo di quanto chi non è più su questa terra ci ha lasciato, i sentimenti e le parole, le imprese e i desideri di quel pilota che seppe fare molto di più che guidare vivono dentro ognuno di noi che siamo stati e siamo tuttora testimoni. Trasmettere alle nuove generazioni quanto abbiamo appreso dal personaggio di Ayrton Senna è anche un nostro dovere. Così nasce una leggenda, rimanendo vivida nonostante l’incessante avanzare del tempo.
“Se una persona non ha più sogni, non ha più alcuna ragione di vivere. Sognare è necessario, anche se nel sogno va intravista la realtà. Per me è uno dei principi della vita”
(Ayrton Senna)
I brasiliani piangono il figlio più amato. Solo Pelé e Garrincha possono affiancarlo per importanza, ma Ayrton è l’espressione più giovane e bella del Paese. Nei giorni successivi un ponte di lacrime unisce Imola a San Paolo. Un milione di connazionali, giovedì 5 maggio, segue commosso, per le vie di San Paolo, i funerali dell’idolo, che verrà sepolto al cimitero di Morumbi. Migliaia e migliaia di persone piangono e accorrono da tutto il Paese. Ci sono macchine che suonano il clacson, c’è chi getta coriandoli dai viadotti e chi intona cori da stadio. Quel giorno sarà proprio il rivale di una vita, Alain Prost, che Senna stesso aveva salutato in diretta tv prima della partenza di Imola, a portare il feretro in spalla insieme a Rubens Barrichello, Emerson Fittipaldi, Gerhard Berger, Damon Hill, Jackie Stewart, Michele Alboreto, Thierry Boutsen ed altri piloti.
Il funerale si rivelerà un momento di commozione collettiva senza pari per una nazione intera. Il Brasile proclama tre giorni di lutto nazionale e il feretro del campione sfila su un camion dei pompieri per le vie di San Paolo, come fu per il presidente Tancredo Neves. È una processione che ha dell’imponente, che si porta dietro un dolore indicibile e che produce per milioni di brasiliani una ferita aperta dopo un quarto di secolo. Una perdita incolmabile per una nazione intera che ha appena capito di aver perso il suo sportivo più rappresentativo, un paese che nelle sue enormi contraddizioni sociali e razziali, si ritrova unito nel dolore per il suo campione. Scriverà un’inviata di Autosprint: “Senza Senna i brasiliani si sentono più poveri e più tristi, in un paese dove la tristezza è vissuta come il supremo dei mali”. Ayrton Senna, la star, il numero uno, colui che pareva immortale, lascia tutti più soli, più vuoti. E non è più domenica. Qui finisce la storia di un uomo. Qui comincia la sua leggenda, il suo mito, il suo processo di divinizzazione, in una dimensione trascendente.
RICORDI
“Chiunque voi siate nella vita, sia che siate al livello più basso, o al più alto, dovete avere una grande forza e una grande determinazione e dovete affrontare qualsiasi cosa con grande amore e fede in Dio. E un giorno raggiungerete i vostri obbiettivi, e avrete successo”
(Ayrton Senna)
Sono trascorsi 29 anni da quel 1° maggio del 1994, data della morte del campione brasiliano durante il GP di San Marino. Da oltre un quarto di secolo, il mito del tre volte campione del mondo è sempre vivo, grazie all’amore dei tifosi, ma anche attraverso simboli e opere d’arte che ne raccontano la leggenda, rendendogli costantemente omaggio.

Su tutti il murales di Ayrton Senna sull’edificio del box di Interlagos, dove ogni anno si disputa il Gran Premio di San Paolo. Seguito dal “Memorial Ayrton Senna” a Imola, un monumento a lui dedicato, la statua collocata nei pressi della Curva del Tamburello – punto dell’incidente – all’interno dell’Autodromo Enzo e Dino Ferrari, nel Parco delle Acque Minerali, diventato nel tempo un luogo di “pellegrinaggio” per i tifosi di Ayrton, ma anche per i semplici appassionati di F1. Sempre a Imola, su un edificio dell’autodromo, luogo del fattaccio, è presente un murales che raffigura la leggenda brasiliana. Questo nasce nel settembre 2019, quando lo street artist brasiliano Eduardo Kobra ha deciso di omaggiare ulteriormente Senna con un’opera realizzata nell’ambito del festival “RestArt” sulla facciata del Museo Multimediale Autodromo di Imola Checco Costa.
Poi, ancora a San Paolo è presente un graffito di Ayrton sulla saracinesca di un negozio nel centro della città, infine una statua a Rio de Janeiro, a Copacabana. Omaggio statuario che ritroviamo anche nel paddock di Barcellona, nel circuito del Montmelò e realizzata dall’artista Paul Oz. Non possiamo dimenticare nemmeno l’opera di Lapa, a Rio, firmata dall’artista Eduardo Kobra che ha omaggiato Senna ricordando il momento in cui il pilota ha ottenuto la sua prima vittoria nel suo Brasile in F1 il 24 Marzo 1991. Inoltre troviamo un murale in un seggio elettorale nella baraccopoli Rocinha, sempre a Rio de Janeiro.
Lo sconfinato amore dei brasiliani (e non solo) per Ayrton Senna dal novembre 2022 ha un nuovo e soprattutto gigantesco simbolo da poter ammirare. In occasione del GP di F1, è stato infatti inaugurato un busto in suo onore al circuito di Interlagos. L’opera è stata prodotta dall’artista Lalalli Senna, nipote del tre volte campione del mondo di Formula 1. L’opera, alta 3,5 metri, pesa 550 Kg, è stata esposta nel settore A – sul rettilineo principale del circuito – nell’ambito delle celebrazioni per il 50esimo anniversario del GP del Brasile. Lo sguardo di Ayrton, rivolto alla pista, veglierà per sempre sulla sua gente che lo amerà in eterno. Infine, non è un monumento né un murale, ma uno dei segni tangibili della forza che ancora oggi promana il mito del campione brasiliano è l‘Instituto Ayrton Senna, o IAS. Si tratta di un’organizzazione non governativa che punta a creare opportunità di sviluppo per i giovani brasiliani in collaborazione con aziende, governi, comuni, scuole, università e ONG.
MITO
“Vincere senza rischi è come trionfare senza gloria!” – “Vencer sem correr riscos, é triunfar sem glórias!”
(Ayrton Senna)

Se l’uomo, per natura, ha bisogno di miti e di eroi, Ayrton Senna è stato uno di questi. Ayrton Senna da Silva è stato come Achille, il più grande degli Achei, una furia in pista, il suo campo di battaglia. Forse era il migliore dei piloti, lasciava tutti dietro sul giro secco, l’uomo della pioggia quando l’acqua cadeva abbondante sulla corsa. E come l’eroe omerico fu generoso con gli amici e capace di slanci improvvisi come quando andò a prendere e a salvare Comas, un pilota belga che era svenuto nell’auto che andava a fuoco. Allo stesso tempo, fu duro con i nemici, contro i quali covava un’ira funesta: buttò fuori pista Prost e venne ricambiato, non sopportava Schumacher e una volta lo prese per il collo, fece a botte con Mansell ed Irvine. Non amava il Circus Formula Uno, pensò più volte di ritirarsi, di cessare di combattere come il protagonista del poema.
La grandezza di Senna è consistita nel saper dare nel momento giusto ben oltre il massimo del suo sforzo fisico e del limite di tenuta meccanica delle monoposto con cui gareggiava. A differenza di Gilles Villeneuve, non spremeva la vettura oltre il massimo per tutto l’arco della gara o delle qualifiche, ma concentrava il suo sforzo maggiore sempre nel momento chiave. La sua concentrazione in quei momenti fondamentali assomigliava ad una trance agonistica che aveva molto di spirituale. Non per nulla Ayrton era un uomo molto credente, introverso, caratterialmente passionario e allo stesso tempo dall’espressione il più delle volte triste, e queste caratteristiche caratteriali lo aiutavano ad estraniarsi completamente dal contesto che circondava lui e la sua vettura. Un personaggio comunque semplice nel complesso, mai banale. Quando parlava molto spesso lasciava il segno, a lui piaceva dire le cose come stavano, pura realtà oggettiva, sebbene in rare occasioni ebbe torto.Tutto ciò, unito ad una velocità innata, una sensibilità finissima e ad una precisione chirurgica, ha contribuito a costruire il mito della sua figura. Lui che aveva saputo coniugare in una miscela vincente, la capacità di portare al limite la sua monoposto, con una grande sensibilità nella messa a punto e nella scelta degli pneumatici. Lui che aveva conquistato gli appassionati di motori e non solo, per le sue parole mai banali, per il suo cuore grande e per quello sguardo che, anche quando sorrideva, era sempre un pò velato di malinconia. Tutte qualità inconfondibili che hanno reso “Beco” -così lo chiamavano in famiglia da bambino-, un vero campione, sommate a numeri da capogiro. Era bello che piaceva alle ragazze, intelligentissimo, misterioso e sapeva pure piangere.
Un campione non solo in pista. “Quando nel pomeriggio del primo maggio 1994 Ayrton Senna Da Silva si presentò davanti ai cancelli del Paradiso non trovò nessuno all’ingresso. Tutti i santi del Cielo erano andati a vedere la sua corsa in tv”. Come questa ce ne sono mille di storie fantastiche inventate per rappresentare l’unicità del pilota brasiliano. Senna è stato un idolo in vita e una leggenda in morte e senza alcune necessarie spiegazioni è impossibile far capire, a chi non ha vissuto i suoi tempi, chi era e perché è diventato un mito non solo dello sport.
Senna è stato un campione, il pilota più vincente degli anni in cui correva in F1, è stato un fenomeno dell’automobilismo, ma le vittorie, i numeri, i risultati non bastano a spiegarne il mito. Altri piloti hanno vinto tanto, anche più di lui, addirittura molto di più, e forse altri ancora vinceranno più gran premi, più titoli mondiali e faranno più record, ma nessuno arriverà a Senna. Nemmeno la sua morte in pista è sufficiente a chiarire i contorni della forza immaginifica del campione brasiliano. Altri piloti eccezionali sono morti in pista, in prova e in gara, ma nessuno viene celebrato nel come accade a lui.
Ayrton Senna guidava la macchina come nessun altro aveva fatto prima ed era in grado di fare. In condizioni estreme, proibitive per gli altri, lui si esaltava, era nato per vincere, per dominare, per essere il migliore. Sempre. Spesso riusciva a vincere anche con una macchina inferiore nelle prestazioni e nella messa a punto. La sua tecnica di guida era speciale e unica. I duelli con i più forti piloti del suo tempo li vinceva quasi sempre lui, e a quel tempo correvano i più grandi.
Non staremo qui a dilungarci se Ayrton Senna sia mai stato il più grande pilota di tutti i tempi, poiché paragonare piloti di epoche diverse con automobili di tecnologia diversa, è un giudizio impossibile da sentenziare e un esercizio fine a sé stesso che non renderebbe giustizia alle decine di campioni che si sono succeduti nel corso della storia. Sicuramente però, Senna, che ha corso in F1 tra la fine degli anni ’80 e ’90 insieme a Nigel Mansell, Nelson Piquet ed Alain Prost, ha rappresentato, per distacco, il miglior pilota della sua generazione, della sua era.
Senna vinceva quando i piloti contavano almeno quanto le macchine, oggi che contano soprattutto le macchine le cose sono molto diverse. Per questa ragione, se resta vero il fatto che non si possono paragonare epoche diverse, Senna sembra essere favorito a rimanere il più forte di sempre. Ha rappresentato per diverse generazioni il pilota più forte di tutti i tempi, sia per quelle generazioni che lo hanno vissuto, sia per quelle che non lo hanno vissuto e sono cresciute nel mito di questo personaggio storico negli anni immediatamente successivi alla sua morte. La prematura scomparsa di Ayrton a Imola ha per certi versi consacrato il processo di “divinizzazione” nell’immaginario collettivo.
VITA=AUTODROMO
“Arrivare secondo significa soltanto essere il primo degli sconfitti” – “O segundo nada mais é do que o primeiro dos perdedores”
(Ayrton Senna)

Ci sono giorni in cui la passione per lo sport ci attrae in un mondo fatto di suoni, colori ed emozioni così forti da annebbiare la realtà. Ci sono giorni in cui l’amore per le corse ci fa esultare, gridare e piangere per un pilota, una vettura, una squadra. E poi ancora ci sono giorni in cui le corse ci sbattono in faccia con violenza tutta la crudeltà di cui sono capaci. Quei giorni rimangono vividi, impressi nella memoria come un marchio a fuoco indelebile; come una cicatrice da portare per tutta la vita. Il primo maggio è uno di quei giorni.
Quel primo maggio del ’94, a Imola, si era rotto il volante di un uomo che in quel momento viaggiava a oltre 300 chilometri orari su un’automobile senza sospensione e riparo. Come un aereo senza ali, una nave senza timone, la Williams FW16 viaggiava da sola e impotente contro il muro del Tamburello.
L’ultimo giro di Ayrton Senna finì così. Era iniziato un minuto e mezzo prima, con delle riprese uniche proveniente dalla telecamera collocata nella sua monoposto. Ayrton correva veloce pure quella volta, convinto – come tutti, del resto – che avrebbe vinto quel giorno a Imola e che alla fine della stagione sarebbe arrivato il quarto Mondiale, se è vero che il compagno Hill chiuderà a un solo punto da Schumacher. Con classe, coraggio e la sua forza interiore, Ayrton avrebbe dominato per molti anni, magari guidando un giorno la Ferrari come amanti che si inseguivano.

In quell’ultimo giro di Ayrton c’era tutta la sua vita, condensate nel rumore dei motori, nelle curve da prendere a velocità massima e nel modo di guardare tutti in faccia. Amici e nemici, vita e morte. Era un ragazzo meraviglioso, splendido, pronto ad andare contro chiunque se lo ritenesse giusto e necessario. Non si schierò mai dalla parte del Circus, in compenso fece beneficenza per i bambini poveri delle favelas, dove oggi continua la straordinaria opera la sorella Viviane.
3 titoli mondiali, 161 gran premi, 80 podi, 19 giri veloci, 65 pole position, 96 piazzamenti, 2931 giri passati al comando, compresi i 6 di Imola ‘94. Ayrton guidava l’automobile come viveva, stando davanti e prendendo tutto il vento in faccia. Ha fatto innamorare milioni di brasiliani per questo, miliardi di tifosi nel mondo, con la sua storia diventata subito mito. Nel suo ultimo giro, Senna si lasciava alle spalle tutto quello che era stato di 34 anni di vita: la famiglia, gli amori, gli amici, gli spaghetti olio e formaggio, la paura e la felicità, gli uomini e le donne, e su tutti Dio. Gli andò incontro a 300 all’ora, in testa all’ultimo Gran Premio della vita. Scrisse un giornalista brasiliano: “La morte ha raggiunto Ayrton, ma nemmeno lei l’ha superato”.

*per onore di correttezza, suddetto articolo, per ovvie ragioni anagrafiche, non è concepito completamente dalla mia penna, bensì è il risultato di una sorta di ricerca di materiali prelevati dalla rete, da documentari, filmati e pezzi di giornali