C’è la sensazione (sempre più endemica e fortificata) di vivere in un momento storico particolarmente prolifico per lo show, dove qualsiasi azione intrapresa o strategia comunicativa sia solamente narcotizzata dallo spettacolo, imbevuta negli “oppiodi” della magniloquente ed imperiale bellezza, edulcoranti per sbiancare qualche ruggine di uno sport che mostra qualche crepa nella corazza, ma che ora cerca nuova linfa, nuova vita, nuovo ossigeno. Oramai lo show tanto caro agli americani ha cementificato lo sport rendendolo schiavo di questa politica artistica per il mercato del consumismo televisivo, per attrarre le folle, e non più sovrano di una competizione basata su regole ormai seppellite. Il mondo è in continua evoluzione e l’universo in perenne dilatazione, ma lo spettacolo puro, quello fatto di luci, riflettori e soldi in luogo dello sport è davvero la strada maestra per risvegliare la passione?

“Non è la più forte delle specie che sopravvive, né la più intelligente, ma quella più reattiva ai cambiamenti”
(Charles Darwin)
Viviamo in un mondo in continua evoluzione, un universo in perenne dilatazione, un progresso della specie le cui chiavi per accedervi sono decretate dall’immarcescibile e perpetua trasformazione dei gusti. È proprio l’umanità, che vive di questi fondamenti teorici, che si evolve in relazione allo sviluppo persistente del mondo, e di conseguenza, l’essere umano vi si adatta, reagisce ai cambiamenti, plasmandosi nella società e modellandosi come piace alla massa, mutuando il fenotipo preconfezionato. I gusti, come le mode, sono parti generati da ciò che è trendy, e, non di rada importanza, sono frutto imprenscindibile delle masse, delle folle, che accorrono a frotte per gustarsi la migliore esibizione possibile. È da qui, da questa esagitata e sconvolgente, a tratti irrefrenabile, voglia di materializzare il proprio sogno, di rincorrere qualcosa di cui magari nemmeno si è consci, che nasce il celeberrimo e famelico mercato del consumismo, in cui ognuno di noi è attratto dalla necessità sempre più incalzante di generare felicità, che forse, a volte confondiamo, per errore, con le vere gioie. Quello del consumismo, del materialismo, della magniloquente e sviante bellezza è un mercato subdolo, fagocitante, che spesso ci pervade, ci travolge, siccome una burrasca verghiana, senza la possibilità di metterci in salvo. Per questo dobbiamo fare molta attenzione. Dobbiamo camminare con le nostre gambe e non farci ingannare dall’apparenza. “Vivere confortati dai nostri sogni e diffidando dalle illusioni, perché i sogni sono roba nostra mentre le illusioni ci vengono iniettate da altri”.
La pubblicità, la spettacolarizzazione del prodotto sono le madri del mercato in cui viviamo attualmente, le acque in cui nuotiamo costantemente. Il fatto di ingigantire le scene- le famose iperboli-, di renderle più superbe e pompose di quello che in realtà sono, potrebbe essere una trappola per il consumatore, si correrebbe il rischio di camuffarne la bellezza originale, non contaminata dai numerosi filtri nei quali ci imbattiamo. Alle volte sarebbe più lecito e comprensibile attuare una politica più razionale, pensata in nome del rispetto di un prodotto, anche perché questo venga fruito nel modo giusto dalla gente, dal pubblico, che nella logica a volte perversa ed infame del conformismo fluorescente, è invece legge calata dal cielo.

“È pericolosissimo quando l’informazione si traveste da spettacolo”
(Paolo Bonolis)
Vi chiederete che cosa abbia a che vedere questa tediosa antifona con il mondo delle corse, della F1 e della MotoGP nella fattispecie. Vedete, così come tutti i prodotti che ci vengono offerti, da quelli bombardati a raffica alla televisione, fino ai cartelli pubblicitari ormai senza redini, passando per le mega offerte vendute in qualsiasi emporio, anche i motori, a modo loro, sono delle realtà consumistiche, che basano milioni e milioni di euro di fatturato sulla pubblicità, sul marketing. E dacché si tratta di mondi paralleli, e ormai anche trasversali alla nostra vita quotidiana, imbevuta nello sport, anche in questo senso il prodotto, se spettacolarizzato, assume una faccia diversa, venendo così modellato e plasmato su misura del tifoso, rischiando però di mistificare la realtà, sbiancando così le ruggini che potrebbero esservi.
Visto che entrambi i mondi, ma più nello specifico l’universo della MotoGP, derivano da un momento storico abbastanza negativo dal punto di vista strettamente televisivo-commerciale, abbiamo assistito in questi ultimi tempi a cambiamenti repentini, alle volte destabilizzanti, nei vari campionati, provocando spesso e volentieri l’ira della gente, favorendo le critiche piovute come una tempesta tropicale dell’appassionato medio, degli attori protagonisti, che dello sport sono le vere persone che fanno lo show.
Una di queste novità è, fuori dubbio, l’introduzione in maniera unilaterale della Sprint in MotoGP (format mutuata dalla F1). Così come altre innovazioni -che stanno dando i frutti nel giusto senso secondo gli analisti- è stata brutale e sparata come se fosse l’ultima spiaggia per raggiungere più pubblico possibile, riaccendendo negli appassionati la fiammella della passione, negli ultimi tempi svanita, vuoi per il ritiro di Valentino Rossi, vuoi per la prolungata assenza di Marc Marquez dalle gare. In realtà si potrebbero inventare delle scorciatoie molto meno impervie per calamitare il pubblico, seguendo la strada tracciata da altre discipline.
L’opinione è soggettiva ed è assolutamente incontrastabile qualsivoglia pensiero, però il meccanismo con cui è stata comunicata genera alcune perplessità. Non tanto per la formula sperimentale (che sicuramente produce adrenalina ed è esaltante), quanto per lo scopo per cui è stata pensata, ma soprattutto per la modalità espressiva con cui è stata annunciata, con cui non c’è stata gara per affatto. Manco per niente. Imperativo categorico, senza vie d’uscita. I piloti si abituano, gli appassionati pure, gli spigoli verranno smussati, le siccità verranno innaffiate, le crepe verranno rinsaldate. Lasciamo fare che il mondo si evolva e che anche la specie lo faccia, come predicava Charles Darwin. Però di fondo, i dubbi restano, alla base del mattone che regge il palazzo ci vuole stima e rispetto verso lo sport che stiamo raccontando.

“Che fine ha fatto la semplicità? Sembriamo tutti messi su un palcoscenico, e ci sentiamo tutti in dovere di dare spettacolo”
(Charles Bukowski)
In una dimensione sempre più globale è vitale attirare nuovo pubblico, far emergere nuove personalità carismatiche, ora camuffate da quell’odioso “politically correct” che ci toglie la bellezza talvolta dell’impudicizia, dello sgarbo, della litigata, della rivalità. È necessario consentire ai piloti di essere maggiormente idolatrati, divinizzati e meno vituperati, meno bersagliati per un eccesso di adrenalina, che è giocoforza contemplato nella natura dell’uomo, nella sua sezione più animalesca e selvaggia. Se vogliamo lo show fatto bene possiamo per esempio liberare i piloti da questo guinzaglio comportamentale, scioglierli quelle fastidievoli catene conformiste e lasciarli liberi di esprimersi come meglio credono, senza avere ostacoli mediatici. Sebbene siano generazioni molto più complicate da masticare, e di tutt’altra fattura rispetto a quelle di un tempo.
Nel mondo della comunicazione tutto viaggio veloce, al ritmo inavvicinabile della luce; perciò oggigiorno è lecito più che mai usare quante più piattaforme possibili per investire sempre più persone, è necessario svecchiare il prodotto anche in relazione alle nuove esigenze che sono emerse. Mentre la F1 ha fatto un lavoro megagalattico di investimenti, di comunicazione, di serie televisive, di documentari in streaming, di gadget, di vip, di social network, che è costato molto ma oggi funziona alla stragrande, la MotoGP si è un po’ adagiata sui vecchi fasti del passato, sull’icona “acchiappafolle” di Valentino, mentre ora, che tutto è diventato più realistico, anche il Motomondiale deve lavorare per ritornare a calamitare devozione trasversale, un pò da tutti i pori. Deve reinventarsi, ripensarsi e rinnovarsi la faccia per rimanere competitivo e appetibile nel mercato sportivo.
Quello che preoccupa maggiormente è la volontà di spettacolarizzare qualsiasi cosa, sin dal venerdì, che una volta era poco più che una gita domenicale, in cui tutti potevano fare ciò che volevano. Ora il ritmo è più serrato, non rilassa, costringe piloti, ingegneri, squadre e pubblico ad una nuova quotidianità, a contemplare nuovi rischi, ad assumersi nuove responsabilità, ad indottrinarsi ad una nuova scuola, ad una nuova catechesi, professione di fede sempre più rigorosa. Tutto a favore di telecamere, di sponsor, di immagine, di show, appunto. Si cerca di inforcare a tutti i costi la strada sempre più prolifica e attuale dello show, anche perché è spesso associato alla parola business, termine che è divampato anche in questo mondo, lasciando passare il messaggio numismatico secondo cui il denaro ricuce qualsiasi strappo, aggiusta ogni falla, anche quando non sarebbe corretto che transitasse questo principio.

“Lo sport è l’unico spettacolo che, per quante volte tu lo veda, non sai mai come andrà a finire”
(Neil Simon)
Spesso ci siamo trovati in questi ultimi tempi innanzi a scene tipiche di uno sport a impronta consumistica, seguendo solamente l’istinto ludico, quasi declassando lo sport. In F1, per esempio, si stanno abbandonando sedi storiche, le piste che hanno scritto pagine indimenticabili del motorsport, per spostare il naso ad Oriente, attratti dal profumo di mercati emergenti, talvolta approdando in posti sconosciuti, dove non esiste nemmeno una cultura motoristica. Ma ci si va solo perché guidati dall’espressione “(show) business”. Pure l’aumento dei circuiti cittadini va letto in questo senso. Per il semplice fatto che si aumenta esponenzialmente il rischio di assistere a maggiori incidenti, e quindi colpi di scena, safety car, bandiere rosse, che inevitabilmente alterano il risultato della gara, ma che funzionano da straordinario valore aggiunto per lo spettacolo.
Quindi, è giusto fare un contorno all’evento, renderlo più fruibile e comprensibile al grande pubblico, ma è anche giusto saperlo coniugare con le regole dello sport, con il buonsenso, con la tradizione, non soppiantando tutto, dimenticandoci di tutto facendone un fascio e gettandolo a mare. Dobbiamo più di tutto imboccare la via della semplicità, che rende le cose molto più comprensibili e facili, altrimenti il pubblico si allontana, si stufa, vagheggia altri orizzonti, cerca altri lidi dove spiaggiarsi.
È sacrosanto investire nella ricerca di nuove forme di intrattenimento, inventare nuovi spettacoli per farcire l’evento al meglio, ma non dobbiamo dimenticarci che ogni passato, qualsiasi passato, ha sempre qualcosa da offrire per un migliore futuro. Non possiamo affrontare il domani se non conosciamo, nemmeno vagamente, ciò che ci ha preceduti. In sintesi, non dobbiamo dimenticarci di ciò che è stato per progredire, per marciare e non tornare indietro, perché lo spettacolo è parte delle discipline dello sport, ma non è tutto. Perché può esserci qualsiasi tipo di contorno, ma se il primo piatto non è una meraviglia, c’è poco da fare. Dobbiamo lavorare sul rinsaldare la polpa, renderla più succosa e gustosa, non nel far apparire più affascinante la buccia.
Per chiudere il pensiero, servirebbe trovare il giusto equilibrio tra lo spettacolo, il vero Dna dello sport, la tradizione, la dignità e il rispetto delle discipline e degli eroi che le animano, disinquinandolo dalle impurità che potrebbero offuscarne la meraviglia. Ecco, un’armonia classica, perché altrimenti si rischierebbe di scivolare sul sapone della follia. Facendoci davvero male.
