Santi gli dei!

La prima gara della nuova stagione ricomincia dominata senza sbuffi né smorfie da Pecco Bagnaia, campione del mondo in carica. Se “Go Free” ha vinto con freddezza, capacità di calcolo, grande freschezza mentale, reattività nei cambiamenti, impressionante duttilità e magniloquente imponenza, l’altra faccia della medaglia, quella che desta maggiore preoccupazione, è l’irrefrenabile istinto demoniaco che anima alcuni protagonisti, vedendosi così spiacevolmente ritratti nei titoloni del giornale del lunedì. É proprio la carambola innescata da Marquez che scuote brutalmente il mondo delle corse, esprimendoci con tutta la sua crudezza e ferocia inaudita la pericolosità di questo sport, tanto affascinante quanto rischioso. Riflessioni e pensieri in relazione a un incidente che deve far riflettere sull’etica e sui comportamenti in pista dei piloti.

Il motociclismo, siccome la luna, ha il suo lato oscuro. Alcune volte lo teniamo al calduccio comodo in un cassetto della nostra memoria, generando l’illusione di tenerlo lontano da noi; altre ancora, quando riemerge feroce come un magma dal profondo di quella parte di anima diabolica del motociclismo, in antitesi con quella paradisiaca e affascinante che vorremmo sempre raccontare, ci fa apprezzare maggiormente la pericolosità di questo sport. Ci rendiamo conto di quanto gli sport a motore siano disciplina per duri, non per cuori deboli o anime facilmente solubili. E soprattutto non dobbiamo dimenticarci il rispetto che bisogna avere nel trattare i piloti, supereroi al servizio dello spettacolo e della velocità, a cui andrebbero scolpite delle statue.  Il motociclismo rimarrà sempre uno sport pericoloso, almeno fino a quando non ci ridurremmo in casa davanti allo schermo con un joystick per le mani. È il manifesto più sincero e leale della velocità, traslitterata in adrenalina -o pathos che dir si voglia- allo stato puro.

É vero, le lotte nell’arena tra questi semidei impressionanti sono il “claim”, lo slogan della nostra passione, è dai duelli accesi che si è sempre generato il vero motociclismo, esaltando le folle. Alle volte però, anche i campioni, le vere stars da palcoscenico, quelli che noi per rispetto e devozione cataloghiamo come supereroi, possono cadere nelle trappole della foga, nell’eccesso di adrenalina, finendo per sconfinare in territorio nemico, pronunciandosi in manovre confutabili dal grande pubblico.

Nella vita in pista, così come nella vita di tutti i giorni, la cara quotidianità, esiste un famoso limite di sopravvivenza, un confine naturale dettato dal buonsenso, che proviene da ognuno di noi, insito, riposto in un angolo, seppur recondito, del nostro cuore.  Giacché nel motociclismo si vive diversamente rispetto alla vita di tutti i giorni, si mastica un mestiere pericoloso, si viaggia a velocità inaudite, spesso oltrepassando il limite del pauroso, sconfinando nella fantascienza, è necessario che ci siano delle regole, della prudenza, della pudicizia sportiva, delle “tonnellate” di serietà, di sicurezza, di responsabilità. Chi vive questo mestiere conosce perfettamente la sottile linea fra ciò che è razionale e ciò che non lo è, quell’impercettibile linea dalla quale possono derivarne dei rischi, laddove quest’ultima venisse superata in modo irrazionale con troppo impeto. Non si scherza con il fuoco, c’è in gioco la vita, si dialoga costantemente con la morte, che in certe azioni, da molto lontana, potrebbe spirare, siccome un libeccio, molto familiare. 

Il pilota per passione autoctona e deontologia professionale nasce per essere aggressivo ed egoista, è concepito per natura impavido, sempre pronto a sfidare di petto il destino e le sfide che gli si pongono innanzi. Un guerriero, un cavaliere senza freni, sprezzante del periglio, che si scompone, come se non ci fosse un domani, pur di battere l’avversario. Un pilota, non appena ravvisa uno spiraglio di luce per infilarsi nella traiettoria dell’avversario, ci si immerge, tuffandovi senza pensarci troppo, senza studiarne gli effetti collaterali che possono scaturirne. In un mondo che viaggia a quelle velocità tutte le azioni, per proprietà transitiva, si moltiplicano. Sono istanti fugaci, centesimali, in cui la rapidità di pensiero del pilota si riduce al millesimo. Sono frazioni di secondo, attimi impercettibili, selettivi, ma quanto mai preziosi e vitali.  L’irrefrenabile istinto predale, l’impulsivo ed esagitato ormone dell’aggressività in alcune circostanze deve però conciliarsi con le pulsioni razionali, quelle che predicano calma, pazienza, buonsenso, freddezza e capacità di calcolo, e non divorziare, come invece occorso nell’episodio della prima gara.

I piloti, seppur creature nate per esaltare e correre sul filo sottile come un acrobata circense, devono saper miscelare l’aggressività e il buonsenso, la velocità e la pazienza, la bramosia di potere con la lucidità. Se non venissero impastati insieme, staremmo ad assistere ad uno spettacolo funereo, anziché a maschie ma corrette battaglie, uno spettacolo genuino per gli occhi di tutti. É necessario che i piloti imparino ad approcciarsi diversamente alla gara, alla competizione, altrimenti, mestamente, si vedrebbero ritratti nei titoloni del lunedì oppure crocifissi per aver scavallato quel naturale limite di sopravvivenza. Quel confine che ci rende tutti capaci di godere, di vivere un evento senza la fregola di venire sbalzati dal divano da numeri da circo con i quali si gioca con la pelle, quella vera.

La gara di oggi con annessa carambola micidiale innescata da Marquez è la tipica cartolina che non vorremmo mai spedire ai nostri amici, è il manifesto della noncuranza condita da un’eccessiva ed inutile dose di nefandezza, da parte di chi lo spettacolo lo vuole distruggere e non preservare.

Proprio lo strike di Marquez alla prima gara della stagione è pericoloso per tante ragioni: perché è una manovra suicida e omicida al tempo stesso (ha falciato Oliveira procurandogli una forte contusione e lo stesso Marc si è pure fatto male ad una mano), perché siamo all’inizio di un nuovo anno (tra l’altro con una nuova formula sperimentale), perché è disgraziato e folle catapultarsi in maniera scellerata e senza senso al doppio della velocità per sorpassare un avversario, e perché mette in luce un aspetto delle corse vigliacco e miserabile che non ci piace commentare. Oltretutto perché è un patatrac clamoroso che ci ha privato di vedere una gara ancora più combattuta, levando così un polmone allo show

Sappiamo che Marquez non è di certo nuovo a questi tipi di manovre. Il curriculum del fenomeno di Cervera lo conosciamo perfettamente; quando c’è da fare a pugni non si tira centro indietro, si tuffa nella lotta e lì spesso si esalta, volentieri si trasforma. La sua storia ci insegna che è sempre stato un asso pigliatutto e anche stavolta non si è smentito. Il Cabroncito è persona vendicativa, che non permette vie d’uscita, che se si sente destinatario di un torto lo restituisce al più presto al mittente. Un po’ per inclinazione personale, un po’ perché un campione si fa rispettare in ogni scontro, e non accetterà mai di vedersi eroso il proprio territorio. La vocatura del diavolo, facilmente addomesticabile, dice che lo fa perché sa di sentirsi inferiore meccanicamente, e si ritrova a forzare ed esagerare in alcuni frangenti per camuffare le mancanze tecniche della sua Honda, e perché è Marquez. Ma a stonare è la mancanza di lucidità, il calcolo delle misure, e questo sembra sintomo di un pilota noncurante degli altri, che mentre guida di fatto chiude la vena e spegne il cervello. Sembra quasi che ci sia un eccessivo delirio di onnipotenza, di padronanza del gioco. Di buono c’è che almeno si è reso conto di aver commesso un’ingenuità da dilettante, di certo non da emulare dai ragazzini, non propedeutico per i giovani, si è scusato con Oliveira e con il pubblico portoghese. Ma questo non computa, è un cerotto su una ferita sanguinante difficilmente rimarginabile. È qualcosa di inqualificabile, che viaggia tra l’incomprensibile e l’imponderabile, che macchia irrimediabilmente la sua fedina penale.

Non vogliamo aprire un processo a Marquez, ma nemmeno derubricare il “reato” di cui è stato artefice e responsabile. Senza nulla togliere alla spettacolarizzazione delle corse, vogliamo solamente constatare che c’è bisogno di un pò più di lucidità e sangue freddo, di calma e razionalità. Non si vince e non si perde un Mondiale al primo giro, tantomeno alla prima gara di una stagione interminabile.  Speriamo che questa manovra (penalizzata) serva a Marquez da lezione per non commettere lo stesso errore di valutazione oggettivo della manovra, ma soprattutto, speriamo, lo spingerà a frenare quell’ormone scatenato della bagarre che talvolta lo porta a superare quel famoso e citato confine di sopravvivenza.

Insomma, l’aggressività è la ricetta della vittoria, un antibiotico per l’esistenza in pista, ma c’è un limite a tutto, e sporcarsi ulteriormente la reputazione getta ancora più ombre sulla sua personalità. Quella manovra non fa altro che fomentare polemiche su polemiche, presentando al mondo il mestiere delle moto come un circo di pazzi scatenati, quando invece se corretto e pulito, è uno spettacolo per gli occhi di tutti. La mordacità nelle corse serve, è fattore fondamentale, ci mancherebbe, ma va accompagnata, conciliando le due cose, da una dose di rispetto e civiltà nei confronti degli avversari, che alla fine sono colleghi e talvolta amici.

Se vogliamo davvero essere completi non dobbiamo nemmeno dimenticarci delle follie del sabato tra Mir e Quartararo, la scapola rotta di Bastianini, i sorpassi azzardati e folli della Sprint. Quindi, per chi sbaglia clamorosamente servono delle giuste sanzioni, pene severe e mirate, capaci di mettere in guardia i protagonisti. Serve che qualcuno li fermi prima che sia troppo tardi, prima che qualcuno si faccia male sul serio. Urge una giuria all’altezza dello spettacolo proposto in pista, in grado di mettere un guinzaglio agli inclini alla lotta eccessiva, che spesso per mascherare le difficoltà e l’inferiorità della moto, finiscono per esagerare, correndo come se non ci fosse alcuno intorno. Questo tipo di condotta alquanto nefasta e becera spesso degenera in nefandezza e recidività. 

Se i piloti non cambieranno mai, perché il loro atteggiamento, la loro attitudine inneggia alla valorosità cavalleresca, all’inaudita guerra sportiva, almeno sarebbe corretto e responsabile, inquadrare arbitri capaci di ammonire seriamente, di responsabilizzare, di frenare l’impeto veemente che potrebbe condurre a strade pericolose, imbavagliando manovre potenzialmente fatali. Non è la prima volta (e non sarà nemmeno l’ultima) che il motociclismo si macchia di scontri del genere, ed è per ovvie e sacrosante ragioni che vanno presi dei rigorosi provvedimenti per limare al minimo le possibilità che accadano. Per il bene nostro, per il bene di tutti.

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