Il Re dei Re-The Last King: la conquista del regno

Il Re sul cammino verso la consacrazione nel Pantheon dei migliori di sempre: dai primi passi nel Mondiale alla prima vittoria, dal primo titolo in carriera alla supremazia con la Honda, dalla sfida con la Yamaha alla bruciante sconfitta del 2006, passando attraverso le esultanze, i festeggiamenti, i caschi speciali, il lato più colorato della velocità. Senza dimenticare le disfide al limite del razionale con Max Biaggi, Sete Gibernau, Nicky Hayden, le prime che segnarono l’inizio di spumeggianti e focose rivalità.

VITTORIA

“Facevo bene un sacco di altre cose. Ma io volevo correre. Forte, fortissimo. Con la moto. E l’ho fatto. Pensa se non ci avessi provato” (Valentino Rossi)

Il piccolo Principe capisce ben presto che la sua vita è in sella ad una moto. Quindi abbandona il liceo di Pesaro e decide di avventurarsi nel gorgo, fatto di petali profumati ma anche di spine pungenti, metafora dell’esistenza stessa.

All’esordio in sella all’Aprilia, nel paddock vibra una specie di trepidazione, di palpabile interesse, il rumoreggiare di questo ragazzino che si chiama Valentino Rossi. È il nuovo arrivato, l’astro nascente, desta molta curiosità tra la gente. Per spopolare si inventa addirittura un soprannome, Rossifumi, in onore della cultura giapponese e ai suoi eroi nipponici. Si echeggiava di un tipo ruvido, scomodo, una peste. Le aspettative erano alte, aveva vinto già molto nei campionati italiani ed europei. Non tutti però credono in Valentino, in molti sono scettici e dubitano delle sue qualità. Aveva paura di non essere al livello degli altri, era molto coraggioso ma non molto intelligente. Sopravvive la sensazione che stia sprecando il suo enorme talento. Vuole tutto e subito, ma troppo presto. Vale, al contrario, non si lascia abbattere dai giudizi affrettati e dalla pressione mediatica; quindi studia a fondo, lavora incessantemente, si impegna alacremente, si applica duramente: è una lezione che Rossi non vuole perdere. In Austria cambia il vento e Valentino ottiene il suo primo podio della carriera nel Mondiale e smontando i pronostici, ottiene la prima pole position e la prima vittoria nel Mondiale in Repubblica Ceca, sul tracciato di Brno, dopo una lotta avvincente con Jorge Martínez. Entusiasmo e gioia smisurati riempivano ogni spazio nell’aria, colmavano l’anima irrequieta di Rossi. È l’inizio di qualcosa di grande, il cambio della guardia.

Per lui quel GP è stata una svolta, ha finalmente dimostrato il suo valore, la sua forza, il suo talento. Avrebbe spinto ancora, varcato i limiti dettati dalla fisica, sarebbe caduto, ma avrebbe imparato a frenare l’ormone implacabile dell’entusiasmo che lo tradiva parecchio, ragionando diversamente. Avrebbe assorbito le migliori caratteristiche di ciascuno per cercare di riprodurle fedeli nella sua guida. È riuscito a farsi un nome, a sgomitare in una terra di duri, riluttanti all’amicizia fraterna, a costruirsi una sua immagine, l’allegria contagiosa di un giovane dai capelli lunghi e dalla guida fiammante. È pronto a spiegare le ali per sorvolare i migliori palcoscenici del mondo.

FESTEGGIAMENTI

Valentino Rossi, manifestazione di forza e talento, splendida miscela di divertimento e leggerezza, accompagnati da divertenti ed esilaranti siparietti post-gara che decretano immediatamente la ricetta della celebrità, l’ingresso assicurato nella leggenda. Per Valentino vincere era il sogno fin da bambino, per cui ogni trionfo doveva essere celebrato con un festeggiamento speciale. Questa è la genesi delle gag, che nascono al “Bar dello Sport” di Tavullia, dove si ritrovano i ragazzini (all’epoca non c’erano né Internet né i telefonini). Le gag sono la ricetta per l’affermazione, un antidoto alla banalità, un antibiotico per sopravvivere alla durezza di quel mondo. Insomma, danno colore e divertimento ai Gran Premi, suscitano l’ilarità nello spettatore, sono ossigeno vero per lo sport, aria che entra a pieni polmoni. Sono genuine e originali, frutto di un qualcosa di geniale e naturale, non costruito. Un modo assurdo, stupido per farsi una risata, per non perdersi sul serio, per rimanere eternamente ragazzini, ma che piace molto alla gente. E così Vale si inventa coloriti festeggiamenti, come il capello da giullare in Francia, un mantello tipo Superman in Olanda, un capello da Robin Hood in Inghilterra, la bambola gonfiabile al Mugello, il pollo Osvaldo a Barcellona e la collezione potrebbe allungarsi all’infinito.

Valentino Rossi, sulla via dell’incoronazione, capace di non prendersi sul serio nemmeno sui caschi, altro espediente per colorare un mondo che spesse volte si presenta in salsa opaca, un modo per raccontarsi e raccontare la propria epopea attraverso il lato artistico della velocità. Il casco è la faccia del pilota in pista la domenica, che quindi deve rispecchiare e rispettare il carattere del Dottore. Manufatti di pura creatività, esibizione del genio umano di Aldo Drudi, storico designer, la mente creativa, e Rossi, il lato più stravagante della velocità. I caschi sono una sorta di risposta al momento che sta vivendo il pilota, di autoironia, di scherzo, di burla, di leggerezza e di fantasia. Uno dei caschi più spassosi e divertenti di sempre fu quello indossato al Mugello nel 2008, che riproduceva l’espressione spaurita con gli occhi sbalorditi di Valentino alla staccata della “San Donato” dopo il rettilineo del traguardo. Si trattava della più fedele rappresentazione della paura dovuta alla velocità. Era un mix di felicità e pazzia, qualcosa di sciocco, ma poteva essere solo il prodotto di un genio, proprio come Valentino. 

Come molti grandi sportivi della storia che spesso si affidano alla scaramanzia, a gesti apotropaici, a preghiere, a benedizioni, a invocazioni divine, anche Valentino si allinea alla maggioranza, non fa eccezione alla regola. Inizia l’epoca dei rituali pre-gara, che non possono sfuggire agli occhi indiscreti e agli ematofagi vampiri di aneddoti. Prima di ogni sessione si accovaccia e afferra il poggiapiedi destro, abbassa la testa e si prende qualche istante, solo per lui e la moto, le parla, la seduce, la accarezza, cerca di edificare una sintonia, un tutt’uno tra lui e la creatura a due ruote. È un pò come prepararsi a guidare una moto a trecento all’ora e danzare sull’orlo della catastrofe. Poi il rituale continua sopra la moto: si alza in piedi sulle pedane, si sistema i “gioielli di famiglia”, assicurandosi che la tuta gli stia comoda. Questo rito ogni santa volta, e da semplice gesto diventa così sfacciata superstizione, fortunoso protocollo.

La fama non è per tutti, e Valentino ne è l’esempio che va costruita e ricercata. Siamo verso la fine degli anni Novanta e Rossi diventa il nuovo fenomeno, gli anni in cui la Rossimania sta decollando per davvero, e Rossi si sta rendendo conto sempre più di aver creato un mostro. Il Principe, anche se ormai vicino alla consacrazione da semideo, la gestisce bene, gli piace la popolarità, la accudisce come fosse di casa. È felice e sempre disponibile per una foto o un autografo, soprattutto ora che l’era digitale avanza ad ali spiegate. Con la fama è perfettamente consapevole che arriva il potere, la ricchezza, la bella vita. Ma il ragazzo non può farne a meno. Le vittorie sono il pane per un campione e i festeggiamenti sono il riflesso della sua arrogante ma artificiosa personalità. Non può essere attenuato questo carattere né tanto meno cancellato o sostituito. Un fenomeno è più di un campione del mondo. È colui che segna un’epoca, ne dirige l’orchestra, ne trama i dettagli, non butta nulla. Ne svela il lato più fascinoso, camuffandone i rischi e i difetti. I fenomeni hanno qualcosa in più delle altre persone. Sanno cucire talento, carattere, senso dell’umorismo, forza mentale e una certa umanità. 

Parallelamente, sullo stesso binario, sono gli anni in cui Valentino avrebbe urtato contro Max Biaggi, il pilota più popolare all’epoca, e scalzarlo avrebbe significato un passo ulteriore verso la gloria, il biglietto verso la leggenda. Inizia ad oscurargli la scena, a rubarne gli interessi della stampa, ad eclissarne la luce. Viso cupo, orgoglioso e distaccato, “Il Corsaro” è l’esatto opposto, l’antitesi fatta a persona di Rossi, tipo divertente, comico, con l’attitudine al sorriso. Una specie di spensierato ragazzo che veniva dalla costa adriatica vestito in bermuda e infradito. Biaggi inizia a soffrire l’ascesa al potere di Rossi mentre Valentino fa leva sul suo contagioso carisma, capace di calamitare i media e il pubblico. Non può che nascerne una rivalità, una nemesi, un confronto spietato, un odio reciproco fatto di frecciatine, botte e risposte, scazzottate, pugni forti, carenate, duelli, che sanciranno una delle pagine più emblematiche della storia dello sport.

TITOLO

“Correre in 125 è un gioco, correre con le 250 è una cosa seria, correre con le 500 è molto più serio, è pericoloso” (Valentino Rossi)

Il Re che si adattò in un amen alla 250, completando l’aggiornamento alla categoria superiore prima del dovuto. Il Re, che dopo aver lasciato il proprio segno anche nella classe di mezzo e aver abbandonato Rossifumi per Paperinik, più roboante e divertente, è pronto, un’altra volta, a raccogliere una nuova ed emozionante sfida, quella della 500. Sono moto di un altro pianeta, di una categoria superiore, che hanno forgiato leggende del calibro di Surtees, Hailwood, Agostini, Roberts, Scene, Spencer, Rainey, Schwantz, Lawson, Doohan. É l’apice del motociclismo. 

È il 2001, è in sella alla Honda ed è l’ultima occasione per firmare con il proprio nome sull’albo d’oro della classe 500. È il grande favorito, ma deve misurarsi con Biaggi e Capirossi. Rossi diventa più prudente con la stampa e i capelli colorati e stravaganti scompaiono per far posto a maggior compostezza e rigore mediatico. La pressione di vincere inizia a manifestarsi sul volto di Valentino. A Rossi piacciono gli alter ego e decide di cucirsene uno nuovo, The Doctor, l’ultimo celeberrimo soprannome, da cui non si staccherà mai più.

È l’anno in cui la rivalità con Biaggi assume nuovi connotati e più aspri, spinta ulteriormente dai media italiani, ansiosi di capire chi fosse il numero uno. In Giappone, i due arrivano ben presto a toccarsi e Biaggi a spingere Valentino fuori dalla pista, sull’erba. Si sarà anche spaventato, ma Rossi non si è fatto travolgere dalla paura. Arrivano anche alle mani in Catalogna, qualche gara più tardi. La lotta è aperta, accesa più che mai, entrambi sono specialisti della categoria e vogliono vincere sull’avversario. Addirittura Biaggi arriva a definire Rossi un insetto, una zanzara fastidiosa, un parassita da eliminare, fatto che suscita la curiosità della stampa. Ma erano come il giorno e la notte, il sole e la luna, il bianco e il nero. Due categorie antitetiche. Non fu facile per Biaggi vedersi un principe prendersi il suo trono di Re. Poi arriva Phillip Island, dove conquista il titolo, vincendo la gara, sorpassando il suo più grande rivale all’ultimo giro in volata. Si dimostra il più forte, il numero uno. Ma è solo l’inizio. Vincerà altre gare e altri titoli.

SFIDA

“I forti non sono amati da tutti.
Sono scomodi.
Sono poco manipolabili.
I forti sanno sentire se stessi,
conoscono i loro diritti
e non sono disposti a rinunciarci.
Sanno essere felici malgrado tutto.
Hanno delle radici potenti
che non si possono estirpare.

Non è facile distruggere i loro principi,
la loro dignità,
la loro fiducia in se stessi.
Sono in grado di sostenere qualsiasi verità,
i colpi del destino,
la tortura del tradimento
e le tempeste delle proprie emozioni.
Non hanno paura del dolore:
hanno già attraversato il loro inferno personale
e sanno trasformare le ferite in saggezza,
sanno godere la vita,
conservando nel cuore la bellezza e la tenerezza.

Non si aggirano sulla strade altrui,
non commerciano in felicità,
non elemosinano l’amore.
Ma se dovessero conoscere questo sentimento,
lo accetterebbero come un dono
e non tradirebbero mai coloro che amano.
Vivendo con onestà,
i forti si evolvono,
si approfondiscono.
Ciascuno di loro porta una croce personale
senza farla cadere sulle spalle degli altri.
Quando sbagliano si rialzano
traendone una lezione,
invece di accusare qualcuno.
I forti sanno andarsene, per sempre.
Non provate la loro resistenza:
vi pieghereste”.

(S. Zavattari)

I primi anni Duemila sono gli anni in cui la Rossimania raggiunge nuovi orizzonti e spinge anche oltre il limite del consentito. È come se l’autodromo si colorasse di giallo e la pista diventasse tipo un festival di Woodstock per le motociclette, tanto è l’affetto incondizionato e l’amore che trasuda la gente per Valentino. Rossi è diventato ormai un’icona del motociclismo, uno dei più grandi di sempre, forse il più grande. 

Il Re nel fiore degli anni, nel periodo di reggenza più glorioso, in cui -in sella alla Honda- era veramente imbattibile, era chiaro che fosse il più forte, la star della Hollywood motociclistica. Il Re che stava vincendo veramente tutto, per cui molta gente iniziò a pensare che vincesse solo perché guidava la moto migliore. Il Re che si oppose, mostrando i primi ma significativi disappunti verso la casa giapponese, che attribuisce il merito delle vittorie alla moto, considerando il pilota un semplice esecutore, vittima sacrificale del progetto. Semplicemente non lo trattavano come numero uno, e questo non può che infastidire Valentino. Questo è per Rossi un atteggiamento inaccettabile, inconcepibile. La frattura è sempre più vicina e difficile da rimarginare, e il suo destino è ormai scritto. 

Il Re, che inizia a fiutare aria viziata e servile, deciso a dimostrare il contrario, che avvia le trattative con la Yamaha. Il Re, protagonista dell’ingaggio più sensazionale della storia, il trasferimento più assurdo che potesse verificarsi sulla faccia della Terra. Il Re che marciò controcorrente, sfidando la gente che lo credeva stupido o pazzo a mollare un oggetto perfetto, fantastico, ma eccedente in presunzione e tracotanza per abbracciare un progetto senza garanzie. Il Re, autore di una lucida pazzia, di una decisione di petto, di una dimostrazione di predominio, di un senso di onnipotenza, di una scelta folle ma ragionata. Di certo una scommessa che pochi avrebbero accettato. Ma Vale raccoglie l’ennesimo guanto di sfida. Per gustarsi di nuovo il sapore dolce della vittoria, piuttosto che sentirsi un mero realizzatore dei sogni degli altri. Dal primo momento la Yamaha si rivelò facile, addomesticabile, dolce, comprensiva, una bolla magica. Vale venne pervaso da una sensazione di magia, come essere approdato nel mondo dei sogni, ma ancora nessuno si aspettava che potesse vincere fin da subito. Eppure in Rossi zampilla l’idea di un nuovo entusiasmante inizio, un romanzo destinato a fare la storia.

Nessuno si sarebbe immaginato che potesse vincere alla prima gara, nemmeno il più fantasista del mondo. Eppure il Re sfata i tabù, sfida di petto i pronostici che lo vogliono finito, e punto nell’orgoglio confeziona una gara magistrale a Phakisa, in Sudafrica, all’alba del Mondiale 2004. Il pubblico sugli spalti è in delirio e lo stesso Valentino sta per assistere alla sua più grande gara della vita. Qualcosa di epico sta per avverarsi. Scattato dalla pole, sfodera una guida a tratti divina, sorprendente e stupefacente, ai limiti del computerizzato. Impone un ritmo incredibile e vince dopo aver messo in scena un ulteriore duello con Max Biaggi. Valentino mette a segno il più grande trionfo di sempre, vedendo la leggenda sempre più vicina. Dimostra alla Honda che è lui che fa la differenza, che è lui l’ingrediente magico. Ha vinto con il talento, rispondendo senza cinismo né violenza alle critiche che piovevano a dirotto. Semplicemente vinceva con naturalezza, disinvoltura, mai una smorfia di dolore, mai una piega, solo sorrisi e gioie. Come se la nuova avventura lo soddisfacesse ancora di più, gli conferisse ancora più gusto al mestiere che faceva. Il Re, che ha cambiato la storia della Yamaha e del motociclismo, lo pensavano pazzo ma invece ha avuto ragione un’altra volta. E per festeggiare non ci sono gag o schiocche esultanze, semplicemente una festa spontanea. Porta la M1 sull’erba, si accovaccia ai suoi piedi e la bacia infinitamente di gioia, siglando una favola che sarebbe durata una vita. Con questa affermazione Rossi è il primo pilota della storia a vincere due gare consecutive con due moto differenti.

Verso la fine della stagione Gibernau diventerà il nuovo Biaggi, la nuova nemesi, il nuovo scontro titanico, il nuovo dualismo. Nuove frecciatine e nuovi giochi mentali per intimidire l’avversario. Il guanto di sfida è lanciato e non ci sarà nessuna tregua. Vince il Mondiale ed è stato incredibile che ce l’abbia fatta al primo colpo, al punto che la stampa gli attribuisce l’appellativo di “GOAT”, il più grande di tutti i tempi.

Il dualismo con Gibernau prosegue la stagione successiva, e culmina ad Jerez, quando Rossi e il pilota di casa arrivano al contatto. La folla, storicamente dalla parte di Valentino, ora cerca vendetta e l’amore si trasforma in odio. Rossi aspetta l’ultima curva dell’ultimo giro, si infila sulla traiettoria dello spagnolo e lo manda sulla sabbia, volando indisturbato verso la vittoria. Una mossa azzardata, partorita dall’istinto e dalla sete di supremazia, più che da una logica razionale. Una manovra che oggi si vedrebbe applicata una sanzione, pericolosa e disonesta. Così l’immagine di Rossi ne esce offuscata, fischiata e ovattata dalla folla rabbiosa. Sintomo che è pilota ostinato, determinato, cocciuto, maledettamente caparbio e spietato. Come un joker che nasconde dietro ad un sorrisetto tenero il volto del cannibale, un killer dalla spietata aggressività senza compassione verso alcuno. E questo non fa che renderlo ancora più pericoloso. Con le buone o con le cattive neutralizza per effetto di un anticorpo naturale qualsiasi minaccia possa incombere sul suo trono, pronta a spodestarlo.

Vittoria dopo vittoria, record dopo record, Rossi è una macchina da guerra, capace di ammutolire anche il più sordo dei vagiti che tentano di infastidirlo. Raggiunge una popolarità tale da finire sulla copertina della rivista “Rolling Stones” vestito da Elvis Presley e il titolo “The King”. Si è aperto un mondo nuovo, fatto anche di intrattenimento oltre che di sport, in cui l’attenzione è davvero globale, proviene dappertutto. Tutti sognano una foto o un autografo di Valentino, vederlo o salutalo è come ricevere la benedizione del papa.  

SCONFITTA

“Lo sport ha il privilegio di insegnare cos’è una sconfitta” (Roger Federer)

Tuttavia il predominio sul territorio mondiale non è infinito, presto il Re sarebbe stato messo in discussione dall’arrivo di nuovi principi, nuovi contendenti al trono, pronti a spodestarlo. Il Re, che fino a quel momento era imbattibile, il traguardo e l’asticella per tutti, inizia a traballare sul suo trono e si sarebbe misurato con la prima sconfitta della sua carriera. Il Re, di cui nessuno sembrava in grado nemmeno di arginarne lo straripante dominio, finito per degenerare quasi in noia mortale, deve confrontarsi prima con Nicky Hayden, e poi con la perdita del trono. Americano doc, dallo stato del Kentucky, aspetto da pop star, capelli lunghi, sorriso tutto stelle e strisce e un profondo accento statunitense. È popolarissimo tra i fans, secondo solo a Rossi. 

Valentino non ha mai assaporato l’amaro della sconfitta, la vera sconfitta. Nel 2006 la Yamaha non è la stessa delle altre stagioni. Soffre di alcuni problemi di vibrazioni, di gomme, di motore, e l’inizio della stagione è una sorta di montagna russa per il numero 46. Testardo a recuperare, Rossi fece una seconda parte di stagione sensazionale e recuperò quasi tutto lo svantaggio accumulato da Hayden, tanto che è Valencia il teatro dell’ultima e determinante sfida per assidersi al trono. Rossi sarebbe diventato l’ottavo cavaliere della tavola rotonda, quando succede l’impensabile. Finisce per terra, sancendo la fine delle speranze mondiali. Un errore fatale in una delle gare più importanti della sua vita. Uno shock per tutti, nessuno se lo aspettava. Ma nella vita si può anche perdere, lo sport è anche sconfitta capace di impartire lezioni indimenticabili. Fu l’episodio che cambiò la sua carriera. Il Re dovette accettare la sconfitta e tornò con i piedi per terra. Capì che era umano e avrebbe potuto anche perdere. Capì che il solo talento, per quanto fuori dal normale, non gli sarebbe bastato. Il Re non era più invincibile come prima e quindi doveva cambiare approccio. Fu difficile da assimilare, ma allo stesso tempo fu una sconfitta che lo fortificò nelle debolezze. 

Nuovi guai e nuove ombre si addensano nel cielo del regno perduto. L’arrivo di un nuovo e velocissimo contendente al titolo, il giovane pilota Casey Stoner, è la nuova minaccia al trono di Rossi. Australiano molto schietto e ducatista che corre in moto dall’età di quattro anni, ebbe un impatto devastante sulla categoria, tanto da sfilare al primo colpo la corona al Dottore. 

Per il Re è la seconda sconfitta in due anni. Sembra la fine della sua era, sembra che la sua stella non brilli più come prima, pare che il ragazzo prodigio abbia perso la sua magia, imputando però la colpa alla paura e alla scarsa competitività del mezzo, sebbene a posteriori si pensa possa essere stato disturbato dalla questione legata all’evasione fiscale. Il Re sembra aver perso la supremazia sul territorio. Un’immagine finora immacolata, limpida, linda, inizia lentamente a sfuocarsi. Un danno, una macchia difficilmente lavabile. Nonostante tutto, non è sazio, la passione scalcia ancora dentro di lui, e il Re decide di proseguire la sua avventura su due ruote. Non è il momento di gettare la spugna, anche perché il Re vuole indietro il titolo e l’uomo a cui intende strapparlo è proprio Casey Stoner, immune alla guerra psicologica da lui innescata. Si dovrà contendere ogni centimetro del regno, dovrà spingere e lottare come non mai, determinato a riappropriarsi della propria supremazia.

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