Il Re Dei Re-The Last King: a star is born

Il Re, Valentino Rossi, il pilota più amato e tifato di sempre, il più grande di tutti i tempi, vento che soffia dal futuro, capace di anticipare il tempo e di segnarlo con il suo graffio. Il Re che ha saputo vincere e perdere, trionfare e fallire, tutto in un’unica vita, agitando le folle e incantando tifosi in tutto il mondo. Innamorarsi di Valentino fu facile. Semplicemente, meravigliosamente Rossi, campione di un’altra razza, fuoriclasse che è stato fusione di eleganza e trasgressione, meraviglia e sberleffo.

PREFAZIONE

“Il talento colpisce un bersaglio che nessun altro può colpire. Il genio colpisce un bersaglio che nessun altro può vedere” (Arthur Schopenhauer)

La leggenda per l’eternità, l’uomo nato per vincere, per dominare il mondo, per narrare l’impossibile, per trionfare ovunque, in ogni angolo della Terra. Valentino Rossi, Sua maestà, divinità discesa dall’Olimpo tra i comuni mortali, il bambino che si è fatto uomo, vivente che ribattezzò il mondo “Rossilandia” con la bacchetta magica. L’uomo che ha fatto il giro del mondo per davvero, che ha vinto più Mondiali di quanti campionati abbia giocato, che ha bucato le ere geologiche, longevo più di chiunque altro, che ha visto sfilare innumerevoli campioni e si è battuto con avversari formidabili.  Il gioco che diventa arte da spalmare su una vita corsa a trecento all’ora tutta d’un fiato, il luogo dell’impossibile che si trasforma in prodezze incantarci per gli occhi di tutti, pane per chiunque voglia nutrirsi di stupore. Il divertimento puro che si fa mestiere, il sorriso che diventa benessere da dispensare a tutti senza pregiudizi.

Indimenticabile Rossi, perché è stato “vate” rivoluzionario, manifesto popolare, fanatismo tramandato, nostalgia infinita. Ragazzo eterno, immenso, giostra che non smette mai di girare, come un fiore che rinasce a primavera. Perché pochi come lui, forse nessuno, hanno saputo essere il Re, il campione più amato e tifato in tutto il mondo, l’incarnazione della velocità, la traduzione più spassionata e fedele del diversivo.  Il prescelto degli dei, che svelò al mondo la sublime bellezza del motociclismo, distribuendola a chiunque, devoti e profani della disciplina, senza confini e maschere di nessun genere, trasformandolo in gioco per veri fenomeni, in arte innovativa sconosciuta ai più.

Il Re, il fuoriclasse più venerato, applaudito e idolatrato della storia, il più grande di sempre, l’uomo dalle mille avventure, che supera il tempo, lo scavalca, fermandone le lancette nei momenti migliori. Valentino è stato poesia in movimento, classe ed eleganza allo stesso tempo, sempre in bilico tra la vita e la morte come il trapezista sul filo, vento che soffia dal futuro, ha anticipato tutto e tutti, le mode, i gusti, le mosse, il folklore, la popolarità. 

Lui, fusione perfetta di arte e gioco, che prese il motociclismo e lo ribattezzò, lo convertì ad un nuovo ed autentico atto di fede e ne riscrisse i codici, l’eleganza, la bellezza, fino a farlo diventare sentito di tutti, passione sfrenata, contagiando il mondo intero, anche quei pochi, che seppure solo per un istante, si sono sospesi ad ammirare le sue prodezze, sorgente di fantasia e pura genialità. L’esteta della guida al limite, cavaliere del rischio, che disegnava traiettorie sulle nuvole piuttosto che sull’asfalto, ossia la pista, paradiso per pochi, giardino per veri intenditori. Si esibiva in sella come se fosse un saggio di danza classica, un balletto sul velluto, un affresco michelangiolesco, tanta era la morbidezza e la naturalezza del gesto. Leggero, libero e verticale come pochi nella storia.

Il Re che che ha vinto e perso, trionfato e fallito, che è caduto e si è rialzato, tutto in una vita. È stato capace di rigenerarsi dalle batoste, dai cazzotti, dalle botte forti, vestendole però sempre di un abito elegante, dal valore incommensurabile, come a consacrarle utili e propedeutiche per la sua crescita.  Numero 46, l’indirizzo dell’assoluto, della gioia più estrema, che profuma di trasgressione e magia, stravaganza ed eccentricità, sintesi ineguagliabile di meraviglia e stupore, incanto e sberleffo, un mix che il mondo scoprì irresistibile. La stella, perla rara di estrema bellezza, idolatrata da tutti come una divinità nel firmamento dello sport.

Il ribelle diventato mito, la vera essenza dello stile, il volto, la chiesa al centro del villaggio della MotoGP. Proprio lui, che l’ha portata ad un livello superiore, mai visto prima. Perché se non fosse esistito Valentino non esisterebbe neppure la MotoGP, almeno per come la consideriamo oggi, rivestita dalla fama di un gioco senza frontiere. Giostra infinita di emozioni, Vale è il principe diventato Re che seppe innaffiare il sogno e incenerire le tappe, bruciando record su record. Indimenticabili quelle acrobazie che rimaranno per sempre nella storia. Mai vetuste per mandarle in pensione o anziane per gettarle nel dimenticatoio, tanto da essere venerate nei manuali del motociclismo. 

Esplosione di talento, bomber di razza, atleta sbalorditivo, bambino prodigio capace di epiche invenzioni che altri nemmeno si sarebbero immaginati. I mille colori di cui le moto lo hanno dipinto non bastano a descriverne l’immagine. Sarebbe riduttivo e persino irrispettoso. Perché se la velocità avesse un colore vestirebbe di giallo. Per ciò che Valentino è stato per questo sport, unione infinita di bellezza e magia, miscela granitica di volontà e perseveranza.  Firmatario di un’era d’oro per il motociclismo, a tratti irriproducibile, ha saputo mimetizzare i rischi e recintare la paura che potevano pervaderlo, ha saputo sorpassare e sconfiggere anche i serpenti più letali, recidendone anche i tentacoli più velenosi che cercavano di sedurlo. Sempre, anche a patto di sbucciarsi o rompersi. Perché quella era la sua eccellenza, il suo talento, la sua vita, il suo regno, il suo destino. In molti sopravvive l’illusione, la sensazione che Rossi non sia nemmeno esistito, tanta è stata la gigantesca monumentalità di cui si è ricoperto, le straordinarie e teatrali gesta in cui ha saputo prodursi, facendo divertire milioni e milioni di persone.

Il suo addio alle corse è fatto che ha disorientato il mondo, è come se fosse calato il sipario sullo spettacolo più affascinante di sempre, è come se si fosse spento il sole. Per molti è stata la fine di un’era, lo spegnimento del gioco, la bandiera a scacchi sul motociclismo intero, un trauma difficile da elaborare, una decisione difficile da concepire. Il Re che ha saputo accettare la sconfitta e persino arrendersi alle circostanze del ritiro, piegandosi alla biologia, bagnando i volti di tutti di lacrime autentiche, di vera commozione. Il congedo è arte, privilegio di pochi, e anche nell’istante della resa finale ha dimostrato di eccellere. Mai una crepa, un inciampo, impeccabile fino alla fine. Fenomeno vero fino all’ultimo metro. Lunga vita al Re.

Il Re, che prima di diventarlo ha dovuto attraversare glorie e dolori, rose e spine, come la metafora della vita. Il Re, dai suoi primi passi “ubriacati” dal profumo della velocità e pervasi dall’allegria fanciullesca di muoverli, alle prime apparizioni pubbliche, prima davanti agli occhi stupefatti di mamma Stefania e papà Graziano, poi innanzi a quelli attoniti di migliaia di persone, stregati da quella bellezza intramontabile. Una stella è nata, la nuova cometa nel firmamento dello sport.

PRIMI PASSI

“Se saprai mantenere la testa quando tutti intorno a te
la perdono, e te ne fanno colpa.
Se saprai avere fiducia in te stesso quando tutti ne dubitano,
tenendo però considerazione anche del loro dubbio.
Se saprai aspettare senza stancarti di aspettare,
O essendo calunniato, non rispondere con calunnia,
O essendo odiato, non dare spazio all’odio,
Senza tuttavia sembrare troppo buono, né parlare troppo saggio;

Se saprai sognare, senza fare del sogno il tuo padrone;
Se saprai pensare, senza fare del pensiero il tuo scopo,
Se saprai confrontarti con Trionfo e Rovina
E trattare allo stesso modo questi due impostori.
Se riuscirai a sopportare di sentire le verità che hai detto
Distorte dai furfanti per abbindolare gli sciocchi,
O a guardare le cose per le quali hai dato la vita, distrutte,
E piegarti a ricostruirle con i tuoi logori arnesi.

Se saprai fare un solo mucchio di tutte le tue fortune
E rischiarlo in un unico lancio a testa e croce,
E perdere, e ricominciare di nuovo dal principio
senza mai far parola della tua perdita.
Se saprai serrare il tuo cuore, tendini e nervi
nel servire il tuo scopo quando sono da tempo sfiniti,
E a tenere duro quando in te non c’è più nulla
Se non la Volontà che dice loro: “Tenete duro!”

Se saprai parlare alle folle senza perdere la tua virtù,
O passeggiare con i Re, rimanendo te stesso,
Se né i nemici né gli amici più cari potranno ferirti,
Se per te ogni persona conterà, ma nessuno troppo.
Se saprai riempire ogni inesorabile minuto
Dando valore ad ognuno dei sessanta secondi,
Tua sarà la Terra e tutto ciò che è in essa,
E — quel che più conta — sarai un Uomo, figlio mio!”

(da “Se” di Rudyard Kipling)

La culla, prima Urbino, casa natale di Raffaello, poi Tavullia, piccolo paesino sconosciuto ai più, incastonato tra dolci colline marchigiane, ma di caloroso tepore. Non ha la ridondanza della vicina Rimini o Riccione, l’apoteosi della vacanza, ma ha pur sempre il suo fascino, soprattutto oggi che è diventata luogo di culto, piccolo sacello dove è possibile idolatrare uno dei piloti più amati e famosi di tutti i tempi.

È il 16 febbraio 1979 e un bambino -erede al trono- dal nome Valentino, come il migliore amico del padre, viene concepito dall’unione di Graziano e Stefania. Il primo eccentrico, quasi hippy, la seconda più composta e razionale. Una sorta di yin e yang, complementari nei loro modi di essere e di fare, un pò come la teoria degli opposti che si attraggono. L’abisso caratteriale tra mamma e papà conferisce a Valentino una personalità equilibrata e posata e al tempo stesso ruvida e spensierata, un giusto mix di emozioni e anime che verrà celebrata con il sole e la luna sul suo casco. Rossi proviene dalla cosiddetta “Motor Valley”, territorio che si estende tra le pianure dell’Emilia Romagna, nota al grande pubblico per aver partorito numerosi piloti su due ruote ed essere sede di innumerevoli marchi motoristici. In realtà non esiste una formula matematica o una precisa ragione storica, è semplicemente così. Una peculiarità di una terra che va solamente e serenamente accettata.

Cresciuto sulle orme del padre, lui stesso pilota che lo avvicinerà a questo mondo, Valentino è un ragazzino spigliato, svelto e discolo, intelligente ed educato, brillante e furbo, ma è diverso da tutti. Non è attratto dai giocattoli comuni, si diverte solo con le motociclette, è magnetizzato dal rumore ruggente e pregnante delle moto, dal frastuono poetico dei motori, dal profumo inebriante della benzina, dalle vibrazioni seducenti della velocità e dal mito sacro della pista. Semplicemente non riusciva a trattenersi dal sogno di andare forte, fortissimo, terribilmente forte. Sentire il vento che gli soffia alle spalle, respirare il profumo di gas combusti, vivere con la benzina che scorre nelle vene in luogo del sangue, scandire la vita con il cambio delle marce e il battito del cuore che pulsa a ritmo del motore. Per Rossi la moto è passione vera, passatempo irrinunciabile, divertimento smisurato, giostra irrefrenabile di emozioni a tratti irriproducibili, droga da cui non riesce a smettere di dipendere, un misto di adrenalina e felicità, difficile da cogliere per chi non mastica di motori.

Valentino impara a volare sin da subito, mostrando una certa predilezione per le moto -un amore sbocciato al primo colpo-, manifestando un’innata padronanza delle due ruote, l’arte dell’equilibrio che verrà premiata più avanti e la dote congenita, quasi innaturale e mirabolante, di condurre con disinvolta eleganza il mezzo. Fin dai primi giri frigge dentro di lui una velocità che gli altri non hanno, naviga in quei territori che taluni non avrebbero nemmeno l’idea di lambire. 

Si avverte già la stoffa del fenomeno che inizia a tramarsi, guida con lo stesso disincanto e divertimento con cui avrebbe incendiato pochi anni più tardi il motociclismo mondiale. I primi approcci alla velocità si registrano con delle piccole motorette e moto da cross. I kart gli piacevano, ci andava pure forte, eppure il giovane Valentino non può prescindere dall’equilibrio precario trasferito dalle minimoto, e quindi preferisce queste ultime, giudicandole più divertenti. 

Così Valentino sviluppa una formidabile attitudine per il gioco della velocità, confezionandosi la vita con il fiocco che predilige. È una passione naturale, che insieme ad una curiosità stupefacente su come far andare le cose sempre più veloci, si rivela una combinazione devastante. Ogni bambino ha un talento, un’eccellenza che gli appartiene. A volte non sa di averlo, o forse non lo cerca nemmeno, ma Valentino ha un enorme talento e avrà la gigantesca fortuna e l’incommensurabile privilegio di incontrarlo e di poterci dialogare costantemente per oltre venticinque anni. Vasta è l’aneddotica che riguarda i suoi eccessi. Le impennate con lo scooter piuttosto che le gare di notte con l’Ape insieme agli amici per le strade deserte di Tavullia, gli infiniti monoruota con la bicicletta senza la gomma anteriore. Un modo per provare i festeggiamenti, le future esultanze, per sfogare l’estro del ragazzino, per liberarsi dalle catene fastidiose del conformismo, dai protocolli già scritti. È una moda del momento da cui venne rapidamente stregato, che diventerà ben presto la sua cifra stilistica, vero e proprio marchio di fabbrica di Valentino.

Il piccolo “Dottore” preferisce imparare a modo suo, a cadere e rialzarsi da solo senza l’urgente bisogno di qualcuno pronto a supportarlo, cerca di sbattere da solo sugli spigoli della vita, cercando di smussarli mano a mano che crescerà. Impara dai suoi errori, capisce al volo lo sbaglio e prova a non ripeterlo, accetta la sconfitta giudicandola propedeutica per la gara successiva. Con il tempo capirà che solo il talento e la pura velocità non bastano per graffiare profondamente, ma dovrà saldarci anche impegno, sacrificio, gomiti larghi, aggressività e coraggio. Tutti ingredienti che il buon Valentino saprà limare, sui cui si concentra per lasciare un’impronta più viva che mai. Un pò come Pinocchio che viene estratto da Geppetto da un semplice pezzo di legno, e levigato per diventare un bambino vero -parafrasando Collodi-, anche Valentino subisce tale processo. È in questi frangenti che inizia a forgiarsi il pilota più forte di sempre; la leggenda che avrebbe rivoluzionato per sempre la storia dello sport.

Il numero di gara, il 46, lo stesso che indossava il padre all’epoca della sua prima vittoria, e numerosi portafortuna, uno su tutti la tartaruga Ninja Michelangelo, in ogni istante con lui in giro per il mondo, una sorta di amuleto portafortuna.  Paragonato a Schwantz per la guida selvaggia, istintiva e spesso oltre le righe, Valentino cresce a pane e benzina e pane e pista, sancendo così un connubio perfetto, simbiosi ideale per una carriera da sogno. Era solo questione di tempo, di attimi impercettibili, che già facevano rima con campione. Rossi sa bene i rischi che ne possono derivare e quindi, oltre ad accettare le vittorie, le gioie, le carezze, i festeggiamenti, lo spumante, si predispone uno scudo per attutire gli urti pesanti, i deragliamenti, le sbucciature, le botte forti, le ossa rotte, le sconfitte, le sorprese recondite che questa disciplina può riservare.

Per il Rossi adolescente, neofita nel mondo che ha deciso di cavalcare, la scelta appare spontanea, facile, naturale, quasi scontata. Per i genitori, invece si rivela più difficile accettare una certa decisione, consapevoli dei rischi che questo sport comporta. Il figlio però non è spericolato, folle, ma ponderato e prudente, e per questo sostengono la sua volontà. Consci però che non si tratta di un gioco.  I primi passi di Valentino cominciano a divenire giganti. Prova un’Aprilia Futura 125 a Misano ed è lì, in quel giorno, che Rossi cambiò per sempre il volto del motociclismo. Un ragazzino nuovo e fresco si apprestava ad iniziare una carriera da urlo che gli appassionati non avrebbero nemmeno potuto immaginarsi.

RACER BOY

“Guidare una moto da corsa è un’arte: una cosa che si fa perché si sente dentro” (Valentino Rossi)

Più cresce, più il Principe inizia a fiutare il sapore della velocità, padroneggiando come un eccellente domatore del circo i veri cavalli imbizzarriti di una motocicletta. Sono pochi, ma abbastanza per sedurlo e tentarlo a proseguire nel cammino. Valentino ha un killer instinct -o istinto demoniaco- diverso dal padre e da molti altri piloti. È un pilota a tuttotondo, fatto e finito, nato per vincere, programmato per demolire gli avversari, totalmente concentrato, consapevole di tutto ciò che lo circonda. Il ragazzo è curioso, tartassa di domande meccanici, ingegneri, capotecnici, chiunque gli capiti a tiro. Attento a tutto, anche al minimo particolare, assorbiva ogni cosa, digerendone aspetti positivi e anche negativi. Segnale precoce di un genio prodigio, capace già in tenera età di ragionare da professionista, di affrescare come Raffaello, di scolpire come Michelangelo, di fischiettare come Mozart.

Non rifiuta mai di mollare, nemmeno quando il gioco si fa duro ed è più facile perdere che vincere, cadere più che volare. Nei primi anni non è estraneo alle cadute, ma sono il pane quotidiano per fortificarsi le ossa, un ottimo esercizio per sondare il limite e capire fin dove spingersi. Eppure l’anima del guerriero raglia dentro di lui e non può spaventarsi al primo ostacolo se vuole diventare campione del mondo. Perché i colpi nella vita arrivano, ma è il modo in cui si reagisce che determina il vero spirito della persona.

Con il passare del tempo Rossi persevera, stringe la preda, la addenta, ma preferisce sempre imparare da solo, anche se questo significa commettere degli errori, apprendere nel modo più duro.  Agli inizi Valentino è un carattere tosto, quasi viziato, per gente con i nervi saldi e il pugno duro. Un bambino che voleva solo divertirsi, rifiutando categoricamente altre fantastiche interpretazioni della vita che avrebbero potuto arrugginirne la straripante bellezza. Ma è anche l’apprendistato più efficace per cercare di tenere al guinzaglio il demone che scuote dentro di lui, ammorbidendosi e placandone l’ira a tratti incontenibile. Viene accontentato e viene lasciato vivere per come è, con i suoi enormi pregi, ma anche i suoi strani difetti. Viene coccolato e accudito, accompagnato per mano, come un padre con un figlio. 

Rossi all’inizio, in 125, non funziona, e per colmare questo divario, studia attentamente i comportamenti degli avversari in pista, assimilandone stile, tecnica di gara, strategia, sorpassi, “rubacchiando” in giro tutto ciò che avrebbe potuto tornargli utile in futuro. Nulla è insignificante, tutto ha un valore in questo mondo di spericolati. Come un corso di potenziamento impartito dai migliori piloti in circolazione. È così maledettamente interessato a questo mondo che diventa una sorta di studente modello, da cui prendere ispirazione. Un pilota intelligente, che una volta trovato questo limite o confine di sopravvivenza in pista, impara a guidarci dentro, in bilico sull’orlo del baratro, cercando di non oltrepassarlo troppo spesso. A furia di incessante studio, botte forti e notevole applicazione, Rossi impara a proprie spese a padroneggiare quest’arte, considerandola ottima compagna di viaggio. Il terzo posto in campionato rappresenta il giusto passaporto per il Mondiale e un ottimo trampolino di lancio verso fama e ricchezza, addirittura aldilà dei suoi sogni più grandi.

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